Bologna, la pedagogista Silvia Demozzi: «Il Muba non sarà un museo di cemento. Al Pilastro serve dialogo, c'è bisogno di capire le paure di chi vive lì»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è un caso che, in un frangente così delicato per la città, segnato dalla recrudescenza degli scontri al Pilastro e dalla tensione che ormai da giorni avvolge il cantiere del futuro Museo dei bambini, una delle voci chiamate a delineare il profilo pedagogico dell'opera senta il bisogno di fare chiarezza, e lo faccia partendo proprio dalla natura stessa del progetto. Silvia Demozzi, professoressa associata di Pedagogia dell’infanzia all’Università di Bologna, siede nel comitato scientifico che, a Titolo gratuito, lavorerà alla definizione dei contenuti del Muba insieme ad altre tre esperte: Cristina Francucci, che del comitato è presidente, forte di un passato da direttrice dell’Accademia di Belle Arti e fondatrice del dipartimento educativo del MAMbo; Antonella Agnoli, progettista di spazi culturali con una lunga esperienza nel settore delle biblioteche; e Veronica Ceruti, attuale direttrice del dipartimento Educazione e del settore Biblioteche del Comune. La professoressa Demozzi, intervistata, ha voluto spezzare una lancia a favore dell’iniziativa, distinguendo nettamente l’opera pubblica dalle rappresentazioni che ne danno i contestatori. «Non sarà un museo di cemento», ha tenuto a precisare, quasi a voler controbattere punto su punto alle accuse di cementificazione selvaggia che alimentano la protesta di piazza.

Se da un lato l’amministrazione, per bocca del sindaco Matteo Lepore, rilancia l’appello a «isolare i violenti», parlando senza mezzi termini di «violenza politica» e di gruppi che strumentalizzano il disagio abitativo per fini propri, la professoressa Demozzi sposta l’attenzione su un altro fronte, quello dell’ascolto e della comprensione del territorio. Perché al Pilastro, spiega, la questione non può essere ridotta a una mera contrapposizione tra favorevoli e contrari a una struttura in legno grande quanto un campo da calcetto, ma affonda le radici in un terreno molto più complesso di diffidenze e bisogni inespressi. «Serve dialogo», ha affermato con convinzione la pedagogista, sottolineando come sia indispensabile farsi carico delle ansie e delle preoccupazioni di chi quel quartiere lo vive ogni giorno. L’invito, implicito ma chiaro, è a non archiviare la protesta come semplice teppismo, ma a leggerla anche come sintomo di una domanda di attenzione e di partecipazione che forse, fino a questo momento, non ha trovato canali adeguati di espressione. Ecco allora che l’analisi della studiosa si concentra sulla necessità di «capire le paure» dei residenti, un passaggio che suona come un monito a non procedere a testa bassa, nonostante la bontà del progetto e la sua valenza sociale.

La guerriglia e la politica: lo scontro tra letture opposte

Mentre il comitato scientifico prova a gettare ponti, la cronaca di questi giorni al parco del Pilastro racconta invece di barricate e divaricazioni. Sabato pomeriggio un corteo promosso da USB, Potere al Popolo e dal collettivo Cambiare Rotta era partito nel quartiere per chiedere lo stop dei lavori, ma con il buio la situazione è degenerata. Intorno alle 22, un gruppo di facinorosi — definiti invariabilmente «i soliti noti» o «violenti» dalle cronache — ha preso d’assalto il cantiere, ingaggiando pesanti scontri con le forze dell’ordine poste a presidio. Il bilancio è di sei agenti feriti, uno dei quali, un dirigente di Polizia, è stato colpito al volto da una bottiglia e trasportato in ospedale. La dinamica degli eventi, con il lancio di oggetti e la successiva carica delle forze dell’ordine, ha riportato alla mente le scene di guerriglia urbana dei giorni precedenti, quando il cantiere era stato occupato e poi sgomberato.

La reazione del mondo politico non si è fatta attendere, e come spesso accade in queste circostanze, le interpretazioni di quanto accaduto viaggiano su binari paralleli e inconciliabili. Da una parte il sindaco Lepore, che dopo una prima nota nella quale invitava a condannare i responsabili, è tornato sull’argomento con parole ancora più nette: «Al Pilastro violenza ingiustificata, i contestatori stanno mistificando la realtà». Per il primo cittadino, chi si oppone all’opera starebbe di fatto costruendo una narrazione falsa, parlando di cementificazione laddove l’amministrazione vede un servizio pubblico in legno, e negando l’esistenza di un percorso partecipativo durato quattro anni. Dall’altra parte, invece, Galeazzo Bignami di Fratelli d’Italia ha colto l’occasione per allargare il tiro, accusando la giunta di aver creato quel clima di «contrapposizione» che, a suo dire, avrebbe favorito gli scontri. Una contrapposizione che, inevitabilmente, finisce per travolgere anche le voci più moderate, come quelle del comitato scientifico, che cercano di mantenere il focus sul significato educativo e sociale dell’intervento.

La testimonianza del quartiere tra lacrimogeni e feriti

Le ore successive agli scontri hanno lasciato sul campo una scia di tensione e di versioni contrastanti su quanto realmente avvenuto. Il Siulp di Bologna ha parlato senza mezzi termini di «scene di guerriglia urbana», con il segretario provinciale Pasquale Palma che ha voluto marcare con forza il confine tra il lecito dissenso, diritto sacrosanto in democrazia, e la «violenza deliberata contro lo Stato». Una violenza che, nei fatti, ha trasformato per alcune ore il parco Moneta-Mitilini-Stefanini in un campo di battaglia. Il racconto degli agenti, costretti a subire il lancio di bottiglie e oggetti contundenti, è quello di uomini presi di mira in modo organizzato e premeditato, con l’obiettivo chiaro di fare male e di danneggiare le strutture del cantiere.

Ma come sempre accade in questi frangenti, dall’altra parte della barricata si leva una voce diametralmente opposta. Il comitato Mubasta, che raccoglie i residenti contrari all’opera, ha infatti diffuso una nota nella quale denuncia un presunto attacco subito dai manifestanti. Secondo quanto riferito dal comitato, il presidio pacifico sarebbe stato «attaccato selvaggiamente dai reparti antisommossa» mentre si stava concludendo con una cena e un momento musicale. Due persone, stando a questa ricostruzione, sarebbero rimaste ferite: una «colpita alla testa» dai lacrimogeni, in molti casi, a loro dire, lanciati ad altezza d’uomo, e un residente di 56 anni a cui sarebbe stato «rotto il naso» perché accerchiato e picchiato dalle forze dell’ordine. La quantità di lacrimogeni, ha aggiunto il comitato, sarebbe stata tale da «intossicare l’intero rione per ore». Una versione, quella del comitato, che ovviamente collide con quella istituzionale e che contribuisce ad alimentare un clima di reciproca sfiducia, all’interno del quale diventa sempre più arduo per figure come la professoressa Demozzi e le altre componenti del comitato scientifico portare avanti un discorso costruttivo incentrato sui contenuti e non sulla contrapposizione ideologica.

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