Futura, la pedagogista Demozzi: "Al Pilastro serve dialogo, non un museo di cemento"
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Redazione Interno
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Mentre il quartiere Pilastro di Bologna continua a essere scenario di tensioni e scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, con l’ennesima notte di guerriglia che ha portato il bilancio dei feriti tra poliziotti e carabinieri ad aggravarsi ulteriormente – si parla di cinque agenti contusi e di un dirigente delle forze dell’ordine nuovamente preso di mira, finito in ospedale dopo essere stato colpito al volto da una bottiglia -1-3 – si leva la voce di chi quel progetto, il Museo dei bambini e delle bambine chiamato Futura, dovrà contribuire a riempirlo di contenuti, più che di cemento. Silvia Demozzi, professoressa associata di Pedagogia dell’infanzia all’Università di Bologna, e le sue competenze, maturate in anni di studi sulle dinamiche educative e sulla partecipazione dei minori -2, la pongono tra i quattro esperti del comitato scientifico incaricato di definire l’anima pedagogica dell’opera, un impegno che i membri del comitato stesso svolgono a Titolo gratuito. Accanto a lei, a comporre il gruppo di lavoro, ci sono Cristina Francucci, che del comitato è presidente, forte della sua esperienza come ex direttrice dell’Accademia di Belle Arti e fondatrice del dipartimento educativo del MAMbo; Antonella Agnoli, progettista di spazi culturali nota per il suo lavoro sulle biblioteche; e Veronica Ceruti, che in Comune dirige il dipartimento Educazione e il settore Biblioteche. La posizione di Demozzi, in queste ore di fuoco, è netta e cerca di spostare l’asse del dibattito dallo scontro fisico a quello delle idee: ciò che sorgerà al Pilastro, spiega, non dovrà essere interpretato come un’opera invasiva, un "museo di cemento" – come invece gli attivisti del comitato Mubasta e una parte dei residenti temono e contestano – ma piuttosto come un luogo pensato per e con la comunità, a patto però che si apra una fase di reale ascolto.
La genesi del progetto e il confronto con il territorio
La professoressa, nel delineare la sua visione per Futura, non si sottrae al confronto con la complessità del momento che il quartiere sta vivendo, un contesto incandescente dove i tredici attivisti fermati e poi rilasciati dopo l’ultima notte di caos rappresentano solo la punta di un iceberg di malcontento che il sindaco Matteo Lepore ha definito come "violenza politica" da isolare. Demozzi, dal canto suo, adotta una prospettiva diversa, più radicata nelle scienze dell'educazione che nella cronaca di quest'ultima ora: sottolinea come, al Pilastro, "serva dialogo", e come sia imprescindibile comprendere le paure di chi vive quotidianamente in quelle strade e in quei palazzi, di chi guarda a quel cantiere – partito ufficialmente il 25 febbraio scorso tra il taglio di alcuni alberi e le proteste di un attivista che si arrampicò su una pianta per dieci ore -3 – non come a un’opportunità, ma come a un ennesimo stravolgimento calato dall’alto. La sua riflessione, pertanto, si concentra sulla necessità di ribaltare la narrazione, trasformando la contestazione in un’occasione di partecipazione attiva. Un approccio che sembra riecheggiare, seppur da una prospettiva accademica, le critiche mosse dall’urbanista Maurizio Sani, il quale ha recentemente osservato come la comunicazione dell’opera abbia finito per "privilegiare l’edificio" dimenticando il contesto, un errore che in una zona segnata da fragilità sociali e dal più alto tasso di dispersione scolastica della città rischia di essere fatale.
Le radici della protesta e il nodo della partecipazione
Il progetto, va ricordato, non è nato ieri: il Comune di Bologna rivendica un percorso partecipativo lungo tre anni, con incontri, laboratori e un concorso internazionale di progettazione vinto dal raggruppamento guidato da Aut Aut Architettura, che ha disegnato un edificio di 1.500 metri quadrati distribuiti su tre piani, di cui l’ultimo un tetto verde accessibile. Eppure, la narrazione del comitato Mubasta e di una parte del quartiere è diametralmente opposta: loro parlano di un percorso "sulla carta", di un’opera imposta, di una "cementificazione" che cancellerà uno spazio verde e richiederebbe la rimozione di alcuni platani, sebbene l’amministrazione garantisca la piantumazione di 38 nuovi alberi e un aumento delle superfici permeabili. A gettare benzina sul fuoco, nelle ultime ore, ci si sono messe le dinamiche della protesta: a quanto si apprende, la Digos sta ora analizzando i comportamenti dei tredici fermati di sabato sera per valutare se e quali condotte possano configurare reati da perseguire, in un clima in cui le parole del capogruppo di Fratelli alla Camera, Galeazzo Bignami, che ha parlato di "scontri frutto del clima alimentato dal Comune", si scontrano con la richiesta del sindaco di "isolare i violenti" che strumentalizzano il quartiere. In questo frangente così polarizzato, dove i sindacati di polizia parlano di "ragazzini istruiti ad arte da professionisti del disordine" che trasformano la periferia in un "teatro di guerriglia permanente", la posizione della professoressa Demozzi introduce un elemento di complessità, richiamando tutti alla responsabilità di non ridurre il dibattito a una mera contrapposizione frontale.
La visione pedagogica per Futura e le sfide del quartiere
Futura, per come lo immaginano Demozzi e i suoi colleghi del comitato scientifico, non vuole e non deve essere un estraneo nel tessuto del Pilastro. L’obiettivo dichiarato è quello di creare un "ecosistema culturale" integrato con le realtà esistenti, dalla biblioteca Spina alla Casa Gialla, un luogo capace di offrire esperienze educative a bambini e famiglie, andando a colmare quel vuoto di servizi e opportunità che spesso caratterizza le aree periferiche. Ma per fare questo, ammonisce la pedagogista, occorre fare un passo indietro e ascoltare. Non si può pensare di costruire un’offerta educativa innovativa – laboratori creativi, una palestra sensoriale per la prima infanzia, spazi per l’educazione alimentare -4 – in un territorio che si sente messo ai margini del processo decisionale. Le tensioni di queste sere, con le cariche, i lacrimogeni e le grida che riecheggiano nel parco intitolato a Mitilini, Moneta e Stefanini, sono la spia di un disagio che va ben oltre la semplice contestazione a un’opera pubblica. È la paura del cambiamento, il timore di essere fagocitati da una città che guarda a quelle case popolari solo quando deve realizzare un’infrastruttura, la rabbia per una percezione di abbandono che, a prescindere dai numeri e dai rendiconti dell’amministrazione, resta un sentimento potente e radicato. Il comitato scientifico, con il suo lavoro gratuito e la sua competenza, si trova ora a dover navigare in queste acque agitate, cercando di gettare ponti laddove, per ora, si ergono solo barricate, nella speranza che la Futura che nascerà possa davvero essere di tutti e non un’ennesima ragione di divisione.




