Arresti per frode sportiva a Reggio Calabria, un arbitro nel mirino della procura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un meccanismo illecito, semplice nella sua pianificazione ma diramato nelle sue conseguenze, è stato interrotto dalle manette degli arresti domiciliari disposti a Reggio Calabria. L’indagine “Penalty”, coordinata dalla procura locale e condotta congiuntamente da carabinieri e dalla Guardia di Finanza, ha portato all’arresto di cinque persone, sospettate di far parte di un’associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. Il sistema, che si reggeva sulla corruzione di alcuni arbitri, mirava ad alterare l’esito delle partite per scommettere in modo sicuro sui risultati, generando profitti illeciti attraverso un flusso costante di puntate anomale. A fungere da perno dell’intera organizzazione, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe stato un arbitro della sezione di Reggio Calabria, Luigi Catanoso, già noto agli organi di giustizia sportiva per precedenti irregolarità che ne avevano determinato la sospensione.

Il modus operandi: rigori e espulsioni per l'Over

La metodologia adottata dal gruppo, come emerso dalle accuse della procura, non si basava su un’azione plateale ma su interventi studiati per sembrare plausibili, sebbene del tutto ingiustificati. L’obiettivo primario non era manipolare la vittoria finale di una squadra, bensì garantire che il numero totale di gol segnati durante un incontro superasse una certa soglia, per consentire vincite sulle scommesse dell’“Over”. Per raggiungere questo scopo, gli arbitri corrotti, agganciati da Catanoso e compensati con somme che potevano raggiungere i diecimila euro a partita, intervenivano sul campo con decisioni arbitrali pilotate. La concessione di rigori inesistenti, o l’irrogazione di espulsioni per motivi pretestuosi, rappresentavano gli strumenti principali per condizionare lo svolgimento del gioco e, di conseguenza, il risultato finale, alterando profondamente l’autenticità della competizione.

Dalle giovanili all'ambizione per i professionisti

Le attività illecite si sono concentrate, in una fase iniziale, su campionati di serie minori e sui settori giovanili, in particolare sul campionato Primavera e sull’Under-19, dove i controlli e l’attenzione mediatica sono tradizionalmente minori. Proprio un picco sospetto di scommesse su uno di questi incontri giovanili, tuttavia, ha attirato l’occhio vigile dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, innescando le prime verifiche. Dall’inchiesta, come sottolineato dal procuratore Giuseppe Borrelli durante la conferenza stampa, non è emerso il coinvolgimento diretto di calciatori. È invece apparso chiaro come il programma criminoso, promosso dall’arbitro, non intendesse fermarsi a quel livello. Gli investigatori hanno infatti accertato l’esistenza di un piano per espandere progressivamente le manipolazioni anche ai campionati professionistici, un salto di qualità che avrebbe moltiplicato esponenzialmente i guadagni illeciti.

La struttura dell'associazione illecita

Oltre alla figura centrale di Catanoso, accusato di aver distribuito i compiti e di aver tessuto la rete dei contatti, le indagini hanno portato all’arresto di un padre e di un figlio, titolari di un’agenzia di scommesse con sede a Sesto Fiorentino, nell’hinterland di Firenze. Il loro ruolo, all’interno del sistema, sarebbe stato cruciale per la gestione operativa delle scommesse e per la movimentazione dei capitali. L’intera operazione penale ha quindi messo in luce un’organizzazione articolata, che univa la competenza tecnica di chi conosceva i meccanismi del calcio alla capacità di sfruttare le piattaforme di gioco legale, deviandone la funzione per scopi fraudolenti. Un doppio gioco, quello dell’arbitro e dei suoi complici, che ha trasformato il campo da gioco in una scacchiera per operazioni illecite.

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