Il lungo addio di Milano Cortina, tra l’eredità delle trenta medaglie e il tram di Mattarella guidato da Valentino Rossi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Con la cerimonia di chiusura andata in scena ieri sera all’Arena di Verona, sipario calato dunque sulla venticinquesima edizione dei Giochi olimpici invernali, quella che ha visto Milano e Cortina d’Ampezzo trasformarsi per diciassette giorni — e per la prima volta in una formula diffusa che abbracciava più territori, dalle piste della Valtellina agli anelli di ghiaccio del capoluogo lombardo — nel centro nevralgico dello sport mondiale. Se è vero, come amano ripetere gli organizzatori e come ha sottolineato in queste ore il presidente del Coni, che il vero lascito di una manifestazione complessa come questa non si misura soltanto nei riflettori accesi durante la competizione, bensì nella capacità di sedimentare un’immagine positiva e duratura del Paese ospitante, allora l’Italia può dirsi appagata da un bottino che va ben oltre il semplice dato agonistico. La macchina organizzativa, infatti, ha retto l’urto della pressione mediatica internazionale, regalando al pubblico — quello pagante, che ha riempito gli impianti ben oltre le più rosee previsioni, e quello televisivo, che ha fatto segnare ascolti da record — una serie di cartoline destinate a rimanere impresse nell’album dei ricordi collettivi. Tra queste, l’immagine forse più iconica e destinata a sopravvivere al trascorrere delle stagioni resta senza dubbio quella del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, imbarcato su un tram storico della linea 26 — una vettura gialla del 1928, per la precisione — e accompagnato a San Siro da un conducente d’eccezione quale Valentino Rossi, in un connubio perfetto tra istituzione, tradizione popolare e mito sportivo che ha emozionato la platea dello stadio Meazza e, con essa, milioni di telespettatori.

Un medagliere da record e le storie che vanno oltre il podio

Sul piano squisitamente sportivo, i numeri consegnano all’Italia un’edizione storica: trenta medaglie complessive — dieci ori, sei argenti e quattordici bronzi — che polverizzano il precedente primato di venti podi stabilito a Lillehammer nel lontano 1994, e che proiettano la spedizione azzurra al quarto posto nel medagliere generale, dietro soltanto a potenze invernali del calibro di Norvegia, Stati Uniti e Paesi Bassi, questi ultimi superati dagli azzurri solo per un argento in più. Un risultato, questo, che assume contorni ancora più straordinari se si considera la distribuzione delle soddisfazioni: gli atleti italiani sono saliti sul podio in dieci discipline differenti, a testimonianza di un movimento variegato e in salute che ha saputo sfruttare al meglio il fattore emotivo della gara in casa, dalle nevi di Cortina e Livigno al ghiaccio di Rho e della Milano Ice Skating Arena. Ma accanto ai numeri, che pure raccontano una superiorità tecnica innegabile, sono le storie umane a cesellare la memoria di questi Giochi: il casco dell’ucraino Vladislav Heraskevych, poi finito al centro di una piccola bufera regolamentare per via dei volti degli atleti caduti in guerra stampati sopra, o ancora la rocambolesca fuga di Lie McGrath dopo un errore in slalom, episodi che hanno arricchito il racconto di una rassegna capace di coniugare l’alta competizione con la narrazione più autentica e talvolta dolorosa della contemporaneità.

L’effetto brand Italia e la credibilità conquistata sul campo

Oltre lo spettacolo effimero della gara, però, ciò che realmente emerge dalle ceneri ancora calde dell’evento è una riflessione più profonda sul posizionamento internazionale del Paese. Milano Cortina 2026, infatti, ha funzionato come un autentico laboratorio di brand management applicato su scala nazionale: l’affidabilità dimostrata nella gestione della complessità logistica — con trasporti efficienti, tempi d’attesa contenuti e una sicurezza presente ma mai invasiva — ha depositato nell’immaginario degli osservatori stranieri un’idea dell’Italia come sistema capace di tenuta sotto pressione, esattamente il contrario di quel cliché che ci vuole eternamente votati all’improvvisazione e al fascino pittoresco. E in questo senso, come è stato osservato da più parti, l’edizione italiana si è distinta marcatamente da quella parigina dell’estate precedente: se in Francia le scelte artistiche e cerimoniali sono spesso degenerate in terreno di scontro ideologico e polarizzazione, qui si è scelta la via della sobrietà e del messaggio unitario, privilegiando la sostanza della dimostrazione alla spettacolarità fine a se stessa. Non è un dettaglio da poco, perché è esattamente in questi frangenti che un Paese consolida o perde quella credibilità che, nei tavoli che contano — quelli degli investitori, delle sedi internazionali, delle candidature future — pesa quanto e più dei fondamentali economici.

Il testimone alle Alpi Francesi e le infrastrutture da non disperdere

Con il passaggio della bandiera olimpica ai prossimi organizzatori francesi del 2030, avvenuto proprio sul palco dell’Arena veronese, si apre ora la fase forse più delicata, quella della gestione dell’eredità materiale e immateriale lasciata dai Giochi. Le infrastrutture realizzate o rinnovate per l’occasione — si pensi alla pista da bob di Cortina intitolata a Eugenio Monti, o al palazzo del ghiaccio alla Fiera di Rho — dovranno trovare una destinazione d’uso stabile e sostenibile, evitando il triste destino di tante cattedrali nel deserto inaugurate in passato e poi cadute nell’oblio. L’intenzione dichiarata dal Coni e dalla Fondazione organizzativa è quella di mantenere in vita questi impianti come centri di preparazione olimpica e sedi di eventi internazionali, in un’ottica di lungo periodo che trasformi l’investimento in una risorsa permanente per il movimento sportivo nazionale e per il territorio. Nel frattempo, mentre l’attenzione si sposta già verso le Paralimpiadi in programma dal 6 marzo — appuntamento che rappresenterà il primo banco di prova per testare la continuità del racconto inclusivo iniziato con la cerimonia d’apertura — resta la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di più di una semplice rassegna sportiva: l’Italia ha fornito al mondo la prova tangibile di saper fare sistema, dimostrando di poter competere ad armi pari con i paesi più strutturati e affidabili del pianeta.

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