Norimberga, Rami Malek si immerge nella psiche del male
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Leggendo la sceneggiatura di "Norimberga", Rami Malek, attore già premiato con l'Oscar, si è trovato di fronte a una scrittura che ha definito, non a caso, una "straordinaria letteratura cinematografica", tanto da non voler alterare nemmeno una virgola del testo. Il suo approccio, in questo caso, è stato diametralmente opposto alla tendenza, spesso riscontrata nel lavoro attoriale, di modificare il materiale con sottrazioni o aggiunte silenziose. "Ci sono molti film", ha spiegato Malek, "in cui noi attori cerchiamo di aggiungere o sottrarre qualcosa con un solo sguardo, ma qui volevo rispettare ogni punteggiatura, ogni parola". Questo rigoroso rispetto per la parola scritta nasce dalla consapevolezza di affrontare una pagina di storia tra le più complesse e dolorose, quella del processo ai gerarchi nazisti, che il regista James Vanderbilt ha scelto di raccontare attraverso un confronto psicologico più che giudiziario.
Il confronto tra lo psichiatra e il gerarca
La pellicola, il cui spot televisivo ha già iniziato a diffondersi, colloca lo spettatore nell'immediato dopoguerra, quando la resa dei conti per i crimini del Terzo Reich era un imperativo per gli Alleati vincitori. Tra i prigionieri più illustri catturati dall'esercito americano vi era Hermann Göring, interpretato da Russell Crowe, che fu il secondo uomo più potente del regime hitleriano. Contro di lui, e contro la sua spavalda sicurezza di poter ancora "ribaltare la faccenda" a proprio favore nonostante la disfatta, viene schierata non solo la corte, ma anche la scienza psichiatrica nella figura del dottor Douglas Kelley, a cui Malek dà volto e voce. Il compito dello psichiatra era valutare la sanità mentale degli imputati, trasformando l'aula del tribunale in una stanza di analisi dove si indagava, al di là della colpa legale, l'origine stessa del male.
Un ruolo che va oltre la semplice interpretazione
Per Rami Malek, il ruolo di Kelley ha rappresentato molto più di un'altra parte da aggiungere alla sua filmografia. L'attore ha confessato di essere da sempre attratto più dalle domande che dalle risposte, un tratto che lo ha reso particolarmente adatto a incarnare uno studioso della mente alle prese con un enigma umano di così vasta portata. "Un ruolo di cui vado fiero", ha affermato senza esitazione, sottolineando come, nel suo ideale, il lavoro dell'interprete possa talvolta trascendere la finzione. C'è in quella frase la speranza, o forse la constatazione, che un racconto cinematografico così approfondito possa servire da strumento di riflessione, aiutando il pubblico a comprendere dinamiche storiche e psicologiche che, sebbene estreme, parlano anche della natura umana in generale.
La ricostruzione di un duello di nervi e intelligenza
Il film promette dunque di essere un intenso duello di nervi e intelligenza, lontano dalle ricostruzioni belliche per concentrarsi sulle battaglie verbali e psicologiche che si consumarono nelle stanze di Norimberga. Vanderbilt, nel suo ruolo di regista, ha costruito una narrazione che punta a scavare sotto la superficie dei fatti storici, già noti, per esplorare le ombre della coscienza. Da una parte, la fisicità enorme e l'atteggiamento imperturbabile di Göring, che non sembra temere il giudizio della storia; dall'altra, la metodica e inquieta determinazione di Kelley, incaricato di decifrare un animo che ha pianificato orrori. È in questo spazio ristretto, fatto di domande e silenzi, che il cinema cerca di trovare una sua verità su quanto accaduto.




