Russell Crowe a Norimberga: un film sulla storia che interroga il male
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è la classica proposta di intrattenimento leggero per le feste, e forse la scelta di un dicembre che vede nuovamente Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ne amplifica, involontariamente, alcune risonanze. "Norimberga", il film diretto da James Vanderbilt, approda infatti nelle sale in prossimità delle festività natalizie, proponendo allo spettatore una riflessione densa e impegnativa che trae spunto dal saggio di Jack El-Hai "The Nazi and the Psychiatrist". L'opera, che rappresenta il secondo lavoro da regista di Vanderbilt a distanza di un decennio da "Truth - Il prezzo della verità", ricostruisce le vicende del processo ai gerarchi nazisti del 1945, concentrandosi in particolare sul complesso rapporto dialettico, fatto di sfide psicologiche e manipolazioni, tra Hermann Göring, interpretato da Russell Crowe, e lo psichiatra dell'esercito americano Douglas Kelley, incaricato di valutarne la sanità mentale.
Il kolossal mancato e il confronto al centro della scena
Pur nelle sue ambizioni, il film – come sottolineato da diverse valutazioni – sembra aver privilegiato un tono misurato, a tratti contenuto, rispetto alla forza drammatica che ci si aspetterebbe da un kolossal storico di simile portata. La narrazione, che evita di scivolare in un puro legal drama o in una ricostruzione spettacolare, si incentra infatti sulla battaglia di nervi e intelletto che si consuma nella cella di Göring. Lì, lo psichiatra Kelley, al quale dà volto Rami Malek, tenta di penetrare la mente del gerarca, un uomo che, pur sconfitto militarmente, non ha abdicato alla sua ideologia e al suo ruolo di leadership, sfidando le categorie stesse della psichiatria forense. La pellicola, dunque, si interroga sulla possibilità di analizzare e comprendere razionalmente il male assoluto, una domanda che resta aperta e tormentata, rimbalzando dalle pagine di storia direttamente allo schermo.
Le imperfezioni di un’opera necessaria
Nonostante la potenza del tema e la solida interpretazione di un Crowe carismatico e sfaccettato, il rapporto centrale tra i due personaggi – vero motore della storia – viene talvolta giudicato poco approfondito nella sua evoluzione psicologica, lasciando in sospeso alcuni dei passaggi più cruciali della loro interazione. La struttura narrativa, d’altronde, mostra delle fragilità, oscillando tra il resoconto storico e l’indagine introspettiva senza sempre trovare un pieno equilibrio. Ciononostante, molti riconoscono al film un merito fondamentale: quello di ribadire, in un’epoca di oblio e revisionismi facili, l’urgenza di mantenere viva la memoria di ciò che è stato. Vanderbilt, da regista e produttore noto anche per pellicole come "Scream VI", dimostra qui una volontà precisa, scegliendo di non cedere alla spettacolarizzazione e di mantenere uno sguardo asciutto, quasi documentaristico, su eventi la cui gravità parla da sé.
Il peso della Storia nel cinema contemporaneo
La scelta di portare questo film nelle sale in un periodo tradizionalmente dedicato ad altro tipo di svago non è passata inosservata, sollevando qualche perplessità sulla collocazione calendariale. Tuttavia, la sua uscita finisce per assumere un significato ulteriore, trasformandosi in un monito, forse involontario ma quanto mai attuale, sulla perpetua necessità di fare i conti con il passato. L'opera di Vanderbilt, pur con le sue imperfezioni, si inserisce in quel filone di cinema civile che, evitando la retorica, prova a riportare l’attenzione sui meccanismi del potere, della colpa e della giustizia. Non si tratta, quindi, di un semplice "sconsiglio" per chi cerca evasione, ma di una proposta per chi è disposto a misurarsi con le contraddizioni e le ombre della storia, ricordando che i processi, quelli veri, non si concludono mai con la lettura di una sentenza.




