Elezioni in Israele, Netanyahu punta su Trump e sulla minaccia iraniana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un gigantesco manifesto elettorale con Benjamin Netanyahu e Donald Trump affiancati, due caccia F-35 in volo e la bandiera israeliana sullo sfondo domina una delle principali arterie di Tel Aviv alla vigilia delle elezioni politiche israeliane. Lo slogan in ebraico, «Abbiamo una sola possibilità di vincere», trasforma il rapporto con il presidente degli Stati Uniti e la forza militare nei messaggi centrali della campagna del premier. Il voto del 27 ottobre rappresenta il primo appuntamento elettorale nazionale dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza. La competizione viene considerata un giudizio sulla leadership di Netanyahu, al governo durante gli anni segnati dai conflitti e dalle crescenti divisioni interne.

Il sostegno di Trump al centro della campagna elettorale

L'immagine affissa a Tel Aviv, riconducibile alla campagna del Likud, mette in evidenza l'appoggio politico ricevuto da Washington. I due leader sono rappresentati fianco a fianco, mentre gli aerei da combattimento richiamano direttamente la dimensione militare della comunicazione elettorale. Il messaggio associa la continuità della leadership israeliana alla collaborazione con la Casa Bianca, presentando il rapporto personale e politico tra i due presidenti come una risorsa nella gestione delle minacce esterne. Anche gli autobus sono stati utilizzati per diffondere dichiarazioni favorevoli al premier attribuite a Trump, rafforzando la presenza dell'alleato americano nella comunicazione pubblica degli ultimi giorni di campagna.

La scelta di insistere sull'intesa con il presidente statunitense accompagna una strategia che privilegia la sicurezza nazionale rispetto agli altri temi del confronto politico. Netanyahu rivendica il proprio ruolo nella gestione dei conflitti regionali e ha evocato la possibilità di riprendere le operazioni militari contro l'Iran. Nei giorni precedenti al voto ha anche avvertito Teheran che un eventuale attacco contro Israele provocherebbe una risposta devastante, sostenendo che le forze armate sono pronte sia a difendere il Paese sia a condurre operazioni offensive. La minaccia iraniana diventa così uno degli argomenti attraverso cui il premier cerca di accreditare la propria esperienza militare e diplomatica.

La guerra e le divisioni che pesano sul voto israeliano

Il consenso nei confronti del governo è condizionato anche dalle conseguenze dell'attacco del 2023, dalle operazioni militari successive e dalla crisi degli ostaggi. I critici accusano Netanyahu di non avere garantito la sicurezza del Paese prima dell'offensiva di Hamas e di avere prolungato la guerra per ragioni politiche, mentre i suoi sostenitori gli riconoscono la capacità di guidare Israele attraverso una fase di conflitti multipli. La discussione riguarda anche il funzionamento delle istituzioni democratiche, l'indipendenza della magistratura e l'esenzione dal servizio militare obbligatorio concessa a molti uomini ultraortodossi. Le questioni di sicurezza si intrecciano quindi con il confronto sull'identità dello Stato e sulla direzione politica da imprimere al Paese.

Tra i principali avversari del premier figura Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader di una formazione che punta a raccogliere il voto contrario all'attuale governo. I sondaggi descrivono una competizione serrata e indicano difficoltà per entrambi i principali schieramenti nel raggiungere la maggioranza parlamentare. Il sistema proporzionale israeliano rende infatti necessario costruire alleanze tra partiti per governare: la Knesset conta 120 seggi e la soglia per ottenere la maggioranza è di 61. Anche le formazioni arabe potrebbero acquisire un peso decisivo nei negoziati, se nessuno dei due blocchi riuscisse a ottenere numeri sufficienti per formare un esecutivo.

La campagna si svolge inoltre in un contesto di crescente isolamento internazionale di Israele, legato alle critiche per la condotta della guerra a Gaza e alle violenze dei coloni in Cisgiordania. Le divergenze sulla giustizia, sulla leva militare e sulla responsabilità politica per le falle di sicurezza hanno ampliato il confronto oltre la sola politica estera. La possibilità che le forze contrarie al premier non riescano comunque a riunire una maggioranza rende la partita parlamentare particolarmente articolata: anche dopo lo scrutinio, la formazione del nuovo governo dipenderà dalla capacità dei partiti di trovare accordi e sostenere una coalizione.

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