Autista sospeso chiede scusa per aver lasciato bambino nella neve: "Ho sbagliato, mi fa male il cuore"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un bambino di undici anni, solo, con due zaini sulle spalle e sei chilometri da percorrere a piedi su una strada innevata nel buio del pomeriggio: l’immagine, che risale allo scorso 27 gennaio a San Vito di Cadore, ha naturalmente generato una immediata ondata di sdegno. L’episodio, che ha costretto il minore a un cammino lungo la ciclo-pedonale che collega San Vito a Vodo di Cadore, nella valle del Boite, ha avuto conseguenze giudiziarie e disciplinari immediate, con la sospensione dal servizio del conducente coinvolto.

La ricostruzione dell'autista e il nodo del biglietto

A parlare, dopo giorni di silenzio e polemiche, è stato l'autista stesso, Salvatore Russotto, 61 anni, il quale, pur ammettendo la gravità del suo gesto, ha tentato di descrivere il contesto in cui è maturata una decisione così discutibile. Russotto, che risiede nel Bellunese da quarant’anni, ha raccontato di una mattinata particolarmente difficoltosa, segnata dalle avverse condizioni meteorologiche, dal traffico intenso e dalla pressione organizzativa legata allo svolgimento dei Giochi Olimpici nella regione. In quel frangente, secondo la sua versione, il ragazzino avrebbe presentato un Titolo di viaggio da due euro e cinquanta, non più idoneo perché, in concomitanza con l’evento sportivo, la tariffa era stata temporaneamente portata a dieci euro a corsa, a prescindere dalla lunghezza del tragitto.

Le scuse e il peso della responsabilità

“Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato”, ha dichiarato Russotto, il quale ha rivolto le sue scuse al bambino e alla sua famiglia, aggiungendo di non riuscire a dormire da quella sera. “Pagherò quello che c’è da pagare”, ha affermato, riconoscendo la necessità di assumersi le proprie responsabilità di fronte alle indagini avviate dalle autorità. Le sue parole rivelano, al di là delle possibili giustificazioni legate allo stress o a disposizioni aziendali percepite come tassative, la consapevolezza di avere oltrepassato un limite, violando quel dovere di custodia e protezione che chiunque trasporti minori ha l’obbligo di osservare, tanto più in condizioni ambientali potenzialmente pericolose.

Le disposizioni aziendali e il dovere di diligenza

La ricostruzione dell’uomo solleva, inevitabilmente, questioni più ampie sulle condizioni di lavoro e sulle direttive impartite agli addetti, sebbene nessuna disposizione interna possa giustificare l’abbandono di un minore. L’azienda di trasporto, per parte sua, ha preso le distanze dal comportamento del dipendente, sospendendolo dal servizio e chiarendo le proprie procedure, che mai avrebbero previsto una simile soluzione. Il caso, al di là delle sue specifiche dinamiche, ha riportato l’attenzione sulla necessità di un equilibrio tra il rispetto delle regole tariffarie, la cui applicazione in contesti straordinari può generare confusione, e l’imperativo primario della sicurezza degli utenti, specialmente se giovanissimi e vulnerabili.

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