La lezione della guerra in Medio Oriente è chiara: l'Europa deve elettrificare la sua economia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il legame tra sicurezza energetica e transizione verde è diventato un'equazione politica dalla risoluzione sempre più complessa, come dimostra il recente intervento di Dan Jorgensen, commissario europeo all'Energia e alle Politiche abitative, in occasione dell'evento "Da Fermi al futuro" organizzato da Open all'Ara Pacis di Roma.
La voce del commissario, giunta da Bruxelles, ha ribadito con forza un concetto che la Commissione europea sta trasformando in agenda operativa: la dipendenza dai combustibili fossili importati non è solo un problema climatico, ma una vera e propria vulnerabilità geopolitica che ha un costo preciso, quantificato in decine di miliardi di euro aggiuntivi a causa delle recenti crisi internazionali.
I numeri della dipendenza: 50 miliardi di costi aggiuntivi per l'Europa
Il filo rosso che tiene insieme le parole di Jorgensen, l'Electrification Action Plan e la proposta di riforma dell'Emission Trading System (Ets) è un dato preciso, destinato a fare da spartiacque nel dibattito energetico europeo. La stima diffusa a fine giugno dalla Commissione, e ripresa dal commissario, parla di circa 50 miliardi di euro aggiuntivi spesi dall'Unione per l'importazione di combustibili fossili a causa della crisi mediorientale.
Un esborso che Jorgensen ha definito "un enorme spreco di denaro" che avrebbe potuto essere destinato a sanità, istruzione o welfare, paragonandolo alla somma necessaria per costruire più di trenta stadi come il San Siro. Questo onere finanziario si inserisce in un quadro già critico: nel 2025, il valore complessivo delle importazioni fossili europee aveva raggiunto quota 340 miliardi di euro, una cifra che l'UE intende ridurre drasticamente puntando sull'elettricità prodotta internamente.
Il piano per l'elettrificazione: obiettivo 46% entro il 2040
Per rispondere a questa sfida, la Commissione ha presentato il 17 luglio un piano d'azione per l'elettrificazione che fissa un traguardo ambizioso: portare la quota di elettricità nei consumi energetici finali dell'UE dall'attuale 23% al 46% entro il 2040. L'obiettivo, come spiegato dallo stesso Jorgensen, è duplice: ridurre la dipendenza estera e proteggere l'economia europea dagli shock dei prezzi. Se raggiunto, questo traguardo potrebbe tradursi in un risparmio annuo di circa 260 miliardi di euro sulla bolletta energetica, oltre a generare una riduzione delle emissioni di oltre 2.000 Mt di CO₂ entro il 2040. Il piano punta a rimuovere gli ostacoli che ancora frenano l'adozione di soluzioni elettriche, come il divario di prezzo tra elettricità e gas, e mira a coinvolgere industria, trasporti ed edifici, promuovendo tecnologie come pompe di calore e veicoli elettrici.
La riforma dell'Ets: un compromesso tra clima e competitività
Tuttavia, la strategia dell'elettrificazione si scontra con un'altra proposta altrettanto cruciale presentata dalla Commissione, che ha aperto un acceso dibattito politico e tra gli ambientalisti. Si tratta della revisione del sistema Ets, presentata il 17 luglio, che ha l'obiettivo di allineare il mercato del carbonio al nuovo target di riduzione del 90% delle emissioni nette entro il 2040.
La riforma propone un rallentamento del tasso di riduzione annuale del tetto massimo delle emissioni (il Linear Reduction Factor), portandolo al 3,7% nel periodo 2031-2035 e all'1,7% nel 2036-2040, valori inferiori rispetto al 4,4% precedentemente previsto. Di conseguenza, il raggiungimento dell'azzeramento delle emissioni per i settori coperti slitterebbe dal 2039 al 2048, una prospettiva che ha già spinto sette Paesi, guidati dalla Spagna, a scrivere alla presidente von der Leyen per chiedere di non indebolire il meccanismo.
La riforma prevede anche un'estensione delle quote gratuite per le industrie, legate agli investimenti in decarbonizzazione, e un rallentamento della loro eliminazione per i settori soggetti al meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) fino al 2038.
Le reazioni e il futuro del negoziato
La proposta della Commissione, presentata come un bilanciamento tra ambizione climatica e competitività industriale, è stata accolta con scetticismo da più parti. L'European Environmental Bureau (EEB) ha criticato la scelta di indebolire il segnale di investimento del mercato del carbonio, definendola una resa ai "ritardatari industriali" che rischia di penalizzare le aziende virtuose e di prolungare la dipendenza dell'Europa dai combustibili fossili.
Dall'altro lato, un fronte di dieci Paesi guidati da Italia e Polonia spinge per una revisione ancora più morbida, chiedendo di prolungare il percorso di azzeramento delle emissioni oltre il 2039 e di ritardare ulteriormente la fine delle quote gratuite. La partita si sposterà ora sul Parlamento Europeo e sul Consiglio, dove il negoziato si preannuncia serrato e il risultato finale potrebbe discostarsi significativamente dalla proposta iniziale della Commissione, con il rischio concreto che la spinta all'elettrificazione venga depotenziata da una politica climatica meno incisiva.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
