Caso Orlandi, la commissione smonta la pista di Londra: «Un falso ben costruito»
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Redazione Esteri
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La complessa macchina investigativa che da anni cerca di fare luce sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta in un lontano giugno del 1983, ha registrato uno sviluppo significativo, sebbene in negativo, con l'audizione di un uomo la cui vicenda personale si è intrecciata, a suo dire in modo del tutto accidentale, con una delle piste più discusse. Vittorio Baioni, un ex appartenente ai Nuclei Armati Rivoluzionari, ha infatti dichiarato con fermezza davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta di non aver mai avuto alcun legame con la famiglia della ragazza scomparsa, affermazione che egli ha reso per dimostrare la propria estraneità a una faccenda che lo ha coinvolto suo malgrado. La sua testimonianza, caratterizzata da toni perentori, si è concentrata sul rigetto di ogni addebito, sottolineando come, al tempo dei fatti, la sua libertà personale fosse già limitata dal regime carcerario.
La testimonianza di Baioni e la querela a Pietro Orlandi
«Sono caduto dalle nuvole quando ho sentito il mio nome tirato in ballo», ha esordito l'uomo, descrivendo il proprio stupore per essere stato associato a una vicenda dalla quale si è sempre sentito lontano. Baioni ha categoricamente negato non solo qualsiasi rapporto con i familiari di Emanuela, ma anche di aver mai inviato delle email, strumento di comunicazione che sarebbe stato alla base di alcune ricostruzioni che lo vedevano coinvolto. Per reagire a quelle che ha definito affermazioni infondate, l'ex Nar ha spiegato di avere sporto querela contro Pietro Orlandi, il fratello della scomparsa, ritenendosi danneggiato da una situazione che lo ha travolto senza che vi fosse, a suo dire, un fondamento concreto.
L'analisi grafologica che indebolisce la pista inglese
Alle dichiarazioni del testimone si affianca, come un tassello decisivo, il lavoro tecnico della grafologa forense Sara Cordella, la quale, nei mesi scorsi, ha sottoposto a scrutinio i cosiddetti ‘5 fogli’. Questi documenti, che avrebbero dovuto avvalorare l'ipotesi di un trasferimento di Emanuela Olandi in Inghilterra, sono stati invece giudicati, secondo quanto appreso da fonti qualificate all'interno della Commissione stessa, come un falso, seppur finemente costruito. L'analisi scrupolosa della perita ha quindi smontato pezzo per pezzo la credibilità di quella traccia, privandola di quel valore probatorio che per un certo periodo aveva sembrato possedere.
Le implicazioni per l'inchiesta parlamentare
La convergenza tra la deposizione di Baioni, che nega recisamente la propria presenza a Londra, e le conclusioni dell'esperta grafologa, che invalidano la documentazione a supporto della pista, delinea uno scenario in cui l'ipotesi inglese perde ulteriore consistenza. La Commissione, che ha il compito di esaminare ogni possibile linea d'indagine sulle scomparse di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, si trova dunque a dover archiviare, almeno per il momento, una pista che aveva catturato l'attenzione dell'opinione pubblica e degli investigatori. Questo non chiude il caso, ma restringe il campo delle possibili verità, orientando i lavori verso altre direzioni che rimangono, per ora, oggetto di un meticoloso esame.




