La pista di Londra nel caso Orlandi si rivela un falso, la Commissione indaga sui depistaggi
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Redazione Esteri
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La Commissione parlamentare di inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, dopo un'attenta istruttoria, è giunta a una conclusione che smonta una delle piste più discusse negli ultimi tempi. Quella che voleva la giovane cittadina vaticana, scomparsa nel lontano 22 giugno 1983, essere stata condotta in Inghilterra, è stata infatti giudicata un falso, sebbene costruito con una certa perizia. A portare la commissione verso questa direzione è stata, in particolare, l'analisi condotta dalla grafologa forense Sara Cordella su alcuni documenti cruciali, i cosiddetti 'cinque fogli', che erano stati presentati come prova a sostegno di quell'ipotesi. Le indagini, che procedono senza sosta, si concentrano ora con rinnovato vigore sulle dinamiche che hanno portato alla creazione di questa traccia ingannevole, esaminando ogni possibile responsabilità in un'operazione di depistaggio che per mesi ha catturato l'attenzione dell'opinione pubblica e degli investigatori.
L'audizione che ha chiarito la posizione di un testimone
Un momento significativo nell'evoluzione dell'inchiesta si è avuto con l'audizione di Vittorio Baioni, la cui identità era stata tirata in ballo all'interno della complessa rete di contatti e scambi di messaggi, avvenuti via email e Telegram, che alimentavano la pista inglese. L'uomo, ascoltato dai parlamentari a Palazzo San Macuto, ha dichiarato con fermezza la sua totale estraneità ai fatti, affermando di essere "caduto dalle nuvole" quando ha appreso che il suo nome era stato associato al caso. Baioni ha sottolineato, con parole che non lasciano spazio a dubbi, di non aver mai avuto alcun tipo di rapporto con la famiglia Orlandi e, cosa ancor più decisiva, di non essere mai stato nella capitale britannica, sgombrando il campo da quelle che si sono rivelate essere mere illazioni.
Le circostanze personali e le reazioni legali
Nel corso della sua testimonianza, Baioni ha fornito ulteriori elementi di contesto per rafforzare la sua posizione, ricordando di trovarsi in carcere al tempo della scomparsa di Emanuela, circostanza che rendeva ancor più improbabile un suo coinvolgimento. La sua reazione, di fronte a un'accusa ritenuta infondata, non si è limitata alle sole dichiarazioni pubbliche ma ha incluso anche l'avvio di azioni legali, avendo infatti querelato Pietro Orlandi per le affermazioni che lo riguardavano. Questi sviluppi, se da un lato escludono un testimone chiave dalla vicenda, dall'altro offrono alla commissione un nuovo e fondamentale angolo di visuale, spostando il focus dell'indagine dalla ricerca di un movente per il rapimento all'analisi di chi abbia potuto architettare un depistaggio di tale portata.
La nuova direzione delle indagini
Con il progressivo svanire della credibilità della pista di Londra, messa in grave discussione sia dalle perizie tecniche che dalle smentite dei testimoni diretti, l'attenzione della Commissione si concentra ora esclusivamente sull'origine di quel materiale che per tanto tempo è stato considerato un indizio promettente. I parlamentari hanno annunciato esplicitamente che si indagherà a fondo sulla genesi di quello che viene ormai classificato come un depistaggio, un inganno costruito per deviare le indagini e confondere i familiari della scomparsa. Si apre dunque una fase delicatissima, nella quale ogni documento e ogni testimonianza collegata a quella pista verrà riesaminata non più per trovare Emanuela, ma per scoprire chi e perché abbia voluto distogliere lo sguardo dalla verità.




