La nuova strategia di Trump per l'Iran tra diplomazia e pressione militare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Pentagono, come rivelato da due funzionari statunitensi all'agenzia Reuters, avrebbe avviato i preparativi per un'eventuale campagna militare della durata di settimane contro l'Iran, uno scenario che, qualora dovesse concretizzarsi su ordine del presidente Donald Trump, segnerebbe un' escalation di portata inedita nel conflitto a bassa intensità che da decenni caratterizza le relazioni tra Washington e Teheran. La pianificazione, della quale si è parlato a condizione di anonimato data la delicatezza della materia, prevederebbe operazioni prolungate, un'ipotesi che va ben oltre i raid mirati del passato e che getta un'ombra preoccupante sui fragili canali diplomatici ancora aperti. Nel Mar Arabico, intanto, la concentrazione di mezzi navali americani assume i contorni di un vero e proprio spiegamento di forza: alla portaerei USS Abraham Lincoln, già operativa nell'area, si unirà a breve la USS Gerald R. Ford, la più grande e avanzata del suo genere, che lascerà i Caraibi per attraversare il Canale di Suez e posizionarsi nel Golfo Persico. Una mossa che, di fatto, raddoppierà la capacità di proiezione offensiva della marina statunitense nella regione, con i suoi otto cacciatorpediniere lanciamissili, i sistemi di difesa anti-aerea e i sottomarini equipaggiati con cruise missile Tomahawk.

Ginevra come palcoscenico per un doppio negoziato

Proprio mentre le cancellerie internazionali valutano l'impatto di questo gigantesco spiegamento, l'agenda diplomatica segna un incontro cruciale. Martedì prossimo, nella città svizzera di Ginevra, sono stati programmati due distinti tavoli negoziali. La delegazione americana, composta dall'inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner, genero e consigliere del presidente, incontrerà in mattinata una rappresentanza iraniana, con la mediazione del ministro degli Esteri dell'Oman, Badr al-Busaidi, figura chiave in questo delicato gioco di equilibri visto il suo ruolo di interlocutore storico e neutrale tra le due potenze. Nel pomeriggio, gli stessi emissari statunitensi siederanno a un tavolo trilaterale con i rappresentanti di Russia e Ucraina, a dimostrazione di come Washington tenti di gestire simultaneamente due crisi globali che presentano, peraltro, punti di contatto e influenza reciproca.

Le parole di Trump e la minussa di un cambio di regime

Sullo sfondo di queste manovre, le dichiarazioni pubbliche del presidente Trump contribuiscono ad alimentare la tensione. Parlando ai giornalisti a bordo dell'Air Force One, Trump ha definito l'ipotesi di un cambio di regime a Teheran come "la cosa migliore che potrebbe accadere", aggiungendo come, a suo dire, per 47 anni la dirigenza iraniana abbia solo parlato mentre si perdevano vite umane. Una frase, quella sul ricambio al vertice della Repubblica Islamica, che suona come una minaccia in controluce, anche se il presidente non ha voluto specificare quali figure o movimenti, tra quelli che lui definisce "ci sono delle persone", potrebbero raccoglierne l'eredità. La posizione ufficiale, ribadita dallo stesso Trump, resta quella di un accordo che ponga fine al programma di arricchimento dell'uranio: "Devono darci l'accordo che avrebbero dovuto darci la prima volta", ha dichiarato, lasciando intendere che la pazienza della Casa Bianca potrebbe esaurirsi.

Il nodo dell'arricchimento e le precondizioni iraniane

Proprio sulla questione nucleare, il negoziato appare in salita. Teheran, per bocca del presidente Masoud Pezeshkian, ha già fatto sapere di non volersi piegare a quelle che definisce "richieste eccessive", pur manifestando una disponibilità di principio a limitare il proprio programma in cambio di un alleggerimento delle sanzioni che stanno strangolando l'economia persiana. Dall'altra parte, la richiesta americana è netta e categorica: fermare ogni forma di arricchimento. Una condizione che appare inaccettabile per la leadership iraniana, la quale considera la tecnologia nucleare un simbolo di sovranità e progresso scientifico, oltre che un potenziale strumento di dissuasione in un'area geografica quanto mai instabile. Le fonti vicine al dossier riferiscono che i negoziati di Muscat, la settimana scorsa, avevano riaperto un canale di comunicazione, ma i toni tornati ad essere aspri a Washington e il contemporaneo rafforzamento militare rischiano di vanificare quei timidi progressi.

Precedenti e scenari

Il contesto in cui maturano questi eventi è già di per sé incandescente. Il Pentagono non ha dimenticato l'operazione dello scorso giugno, quando, durante il conflitto lampo tra Israele e Iran, gli Stati Uniti colpirono diversi siti nucleari iraniani. Un'azione, quella ribattezzata "Midnight Hammer", che secondo Trump "ha annientato" parte delle infrastrutture, lasciando aperto l'interrogativo su cosa resti da colpire oggi. Nel frattempo, fonti del New York Times riportano che l'amministrazione starebbe valutando l'impiego di forze speciali per operazioni mirate contro il programma missilistico balistico di Teheran, a dimostrazione di come l'opzione militare, lungi dall'essere un semplice strumento di pressione, sia oggetto di concrete valutazioni strategiche. L'invio della USS Gerald R. Ford, con il conseguente prolungamento della missione per i suoi 5.000 marinai che ora non torneranno a casa prima di fine aprile, rappresenta il tassello più visibile di una strategia che tiene il dito sul grilletto, mentre a Ginevra si cercherà, forse per l'ultima volta, di riportare la partita sul tavolo della diplomazia.

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