Razzista e illegale: la legge israeliana sulla pena di morte è dettata dalla sete di sangue

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quando un’analisi critica smette di essere un semplice editoriale per trasformarsi in un atto di accusa, il termine “j’accuse” non è mai casuale. È con questa forza, che è anche un peso etico, che il giornale Haaretz ha coniato il Titolo per un intervento di Mordechai Kremnitzer, giurista di chiara fama, il quale non ha usato giri di parole nel definire l’ultima deriva legislativa uscita dalla Knesset: una norma razzista, illegale, dettata da quella che Kremnitzer stesso non ha esitato a definire “sete di sangue”. Negli ultimi anni – scrive l’analista – il parlamento israeliano si è adoperato con crescente intensità per portare avanti una riforma giudiziaria che ne stravolge l’essenza democratica, sfruttando, in queste ultime settimane, lo stato di guerra con l’Iran per forzare la mano su provvedimenti altrimenti destinati a un confronto ben più aspro. Eppure, nonostante il fragore dei fronti aperti, il governo non ha abbandonato l’agenda interna, anzi, l’ha resa più incisiva: la legge sulla pena di morte per i prigionieri palestinesi condannati per terrorismo è il risultato più evidente di questa strategia.

La reazione non si è fatta attendere, né in Israele né oltre i confini. A Bologna, il primo aprile, oltre duecento persone hanno bloccato il traffico nel centro storico, partendo da piazza del Nettuno con uno striscione chiaro: “No alla pena di morte per i partigiani palestinesi”. Un corteo, quello organizzato dai Giovani palestinesi, che ha trasformato la piazza in un luogo di protesta contro la volontà della Knesset di inasprire ulteriormente il regime punitivo nei confronti dei detenuti provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania. Ma se in Italia la mobilitazione è stata sa, nei Territori il rifiuto si è fatto sistemico. A Ramallah, negozi chiusi e strade deserte hanno scandito lo sciopero generale indetto per opporsi alla nuova legge. La norma approvata, va ricordato, colpisce i condannati che hanno “causato intenzionalmente la morte, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”; una formulazione, quella scelta dal legislatore israeliano, che nelle intenzioni di chi l’ha scritta dovrebbe circoscrivere il perimetro dell’applicazione, ma che nella realtà, e secondo gli interpreti del diritto, finisce per creare un vulnus insanabile.

La giurisdizione a doppio binario e il veto delle cancellerie

Non si tratta, infatti, di una norma che riguarda indistintamente tutti i cittadini. La legge approvata – è stato sottolineato da più parti – istituisce di fatto un doppio binario giudiziario. Nei tribunali militari, competenti per i palestinesi della Cisgiordania, la pena di morte diventa la sentenza predefinita per chi viene riconosciuto colpevole di omicidi a sfondo nazionalistico, con possibilità di commutazione in ergastolo solo in circostanze eccezionali. Nei tribunali civili, invece, la stessa sanzione si applica ai cittadini israeliani o ai residenti di Gerusalemme Est, ma con un criterio – quello dell’intenzione di negare l’esistenza dello Stato – che molti esperti ritengono di fatto inapplicabile ai terroristi di origine ebraica. È questa disparità intrinseca, una discriminazione sancita per legge, che ha spinto l’Associazione per i diritti civili in Israele a presentare immediatamente una petizione alla Corte Suprema, sostenendo che il parlamento abbia legiferato senza autorità sulla Cisgiordania e che la nuova norma violi le Leggi Fondamentali dello Stato.

Le cancellerie europee, dal canto loro, hanno rotto il silenzio con una durezza che raramente si era vista nelle recenti crisi diplomatiche. Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia hanno espresso una “profonda preoccupazione” per i piani di estendere l’applicazione della pena capitale, rilasciando una dichiarazione congiunta in cui si sottolinea il “carattere di fatto discriminatorio del disegno di legge”. Secondo i ministri degli Esteri dei quattro Paesi, l’adozione di questo provvedimento rischierebbe di minare gli impegni di Israele in materia di principi democratici. Un messaggio chiaro, quello arrivato da Roma, Parigi, Berlino e Londra, che ha definito la pena di morte una “forma di punizione disumana e degradante, priva di qualsiasi effetto deterrente”. Un valore fondamentale – hanno ribadito – che unisce le nazioni europee nella sua opposizione, a prescindere dalle circostanze.

L’esecuzione sospesa e il precedente Eichmann

Per comprendere la portata dello strappo, è necessario ricordare il quadro storico entro cui si colloca questa decisione. Sebbene la pena di morte esista formalmente nell’ordinamento israeliano per un numero limitato di crimini (tra cui il genocidio, i crimini contro l’umanità e il tradimento in tempo di guerra), lo Stato ebraico era diventato di fatto abolizionista. L’ultima esecuzione risale al 1962, quando fu impiccato Adolf Eichmann, il principale organizzatore logistico della Soluzione Finale nazista. Da allora, nonostante le numerose pressioni delle ali più estreme della politica, si era sempre mantenuta una moratoria di fatto, considerata dagli osservatori internazionali come un argine civile al populismo punitivo. Questo argine è stato spazzato via con il voto alla Knesset, avvenuto a larga maggioranza nonostante le defezioni interne e l’opposizione di alcuni settori dell’establishment giuridico.

Il testo approvato prevede l’impiccagione come metodo di esecuzione, da attuare entro 90 giorni dalla condanna, con una possibile proroga fino a 180 giorni. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, esponente di spicco dell’estrema destra, è stato il principale artefice e promotore della norma, celebrando il voto con gesti e dichiarazioni che hanno suscitato un’ondata di critiche. Durante i dibattiti alla Knesset, un membro del suo stesso partito, Limor Son-Har-Melech, sopravvissuta a un attacco in cui perse la vita il marito, ha difeso la legge sostenendo che fosse necessaria per spezzare un “ciclo crudele” di terrorismo, prigionia e successiva liberazione. Dall’altro lato dell’emiciclo, le opposizioni hanno parlato invece di una resa ai valori fondamentali. L’ex vicedirettore del Mossad, Ram Ben Barak, ha definito la legge una sconfitta, un segnale che Israele ha perso la propria bussola morale.

I giudici all’angolo e il futuro dell’ordine democratico

Il ricorso presentato alla Corte Suprema non è solo un atto formale; rappresenta l’ultimo baluardo contro un provvedimento che molti costituzionalisti ritengono incostituzionale nella sua impostazione. L’Associazione per i diritti civili in Israele ha sostenuto con forza che la legge è “discriminatoria per natura”, poiché introduce un criterio applicativo diverso per palestinesi e israeliani. La battaglia legale, che si preannuncia epocale, arriva in un momento di già altissima tensione tra il governo Netanyahu e il potere giudiziario, oggetto nei mesi scorsi di una riforma contestata che mira a ridurre l’autonomia della magistratura. In questo senso, la legge sulla pena di morte si inserisce in un disegno più ampio: quello di riaffermare la supremazia dell’esecutivo e del parlamento su ogni forma di controllo giurisdizionale, in particolar modo quando si tratta di questioni relative alla sicurezza nazionale e ai territori occupati.

A Ramallah, mentre i negozi restano serrati e le strade deserte, la percezione è quella di trovarsi di fronte a un cambio di paradigma. I cittadini palestinesi, scesi in piazza nelle ore successive al voto, denunciano non solo la crudeltà della misura, ma la sua natura esplicitamente discriminatoria: una legge che, nelle intenzioni dei suoi estensori, serve a legittimare un regime punitivo differenziato, basato sull’appartenenza etnica e politica. La comunità internazionale, attraverso le dichiarazioni delle cancellerie europee e l’intervento del Consiglio d’Europa, ha chiesto a Israele di fare marcia indietro. Ma la richiesta, per ora, è rimasta inascoltata. Il governo di Gerusalemme, forte della maggioranza compatta alla Knesset, sembra intenzionato a procedere, confidando forse nella lungaggine dei tempi della giustizia o nella possibilità che la guerra in corso offra una copertura politica sufficiente a digerire lo scandalo.

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