Il Cremlino blindato e la paura che arriva dall’interno: controlli sui cuochi e telefoni muti per lo staff di Putin

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è la guerra sul fronte ucraino, ormai entrata nel suo quarto anno, a tenere desta la preoccupazione negli apparati di sicurezza russi, quanto piuttosto un nemico più subdolo e molto più vicino: quello che potrebbe annidarsi tra le mura stesse del Cremlino. Secondo un rapporto dei servizi di intelligence europei, ottenuto dalla Cnn, il presidente Vladimir Putin ha sottoposto sé e la sua cerchia più ristretta a un regime di sicurezza senza precedenti, una sorta di “militarizzazione della quotidianità” che lascia intendere come il timore di un colpo di Stato o di un attentato proveniente dall’interno abbia ormai superato, nella percezione del Cremlino, la minaccia dei missili o dei droni nemici. Le nuove misure, descritte da fonti vicine al dossier, non si limitano a un semplice rafforzamento delle scorte, ma stravolgono la vita di chiunque entri in contatto con lo zar: i visitatori devono ora superare una doppia perquisizione, mentre ai collaboratori più stretti – inclusi cuochi, fotografi e guardie del – è stato imposto il divieto assoluto di utilizzare i mezzi pubblici, un provvedimento che ne limita drasticamente la libertà di movimento e le possibilità di contatto con l’esterno.

La paranoia dei servizi e il crollo della fiducia

Ciò che rende queste rivelazioni inquietanti non è tanto la loro spettacolarità, quanto il contesto di sfiducia sistemica che le ha generate. Dietro l’apparente routine dei controlli – si parla di telefoni senza accesso a Internet per i dipendenti a diretto contatto con Putin e di sistemi di sorveglianza installati perfino nelle abitazioni private di alcuni membri dello staff – si cela un’amministrazione che sembra aver perso la certezza della propria lealtà interna. A gettare benzina sul fuoco della paranoia sono stati eventi recenti che hanno scosso le fondamenta del potere: l’uccisione, nel dicembre del 2025, del generale Fanil Sarvarov, capo della direzione per l’addestramento operativo dello stato maggiore, ucciso da un’autobomba nel cuore di Mosca, ha innescato un violento conflitto tra le stesse agenzie di sicurezza. Durante una riunione convocata dal presidente subito dopo l’attentato, i vertici dell’Fsb e dello stato maggiore si sono scambiati accuse reciproche per le falle nel sistema, un litigio che testimonia una frattura profonda laddove un tempo si raccontava esistesse solo compattezza.

Attorno a Shoigu, il sospetto del doppio gioco

Un’ombra lunga, in questo clima di sospetto, si allunga sulla figura di Sergei Shoigu, l’ex ministro della Difesa che Putin ha riassegnato alla guida del Consiglio di Sicurezza. Nonostante l’allontanamento dal dicastero (avvenuto formalmente nel 2024), Shoigu conserva ancora un’influenza considerevole nei ranghi militari, e per i servizi europei questo lo rende un potenziale fulcro di un eventuale complotto. A rafforzare questa tesi è intervenuto l’arresto, avvenuto il 5 marzo scorso, di Ruslan Tsalikov, stretto collaboratore di Shoigu per anni e suo ex vice ministro, accusato di corruzione e appropriazione indebita. “Niente di strano per la Russia”, avrebbero commentato gli analisti, se non fosse che il tempismo e la scelta del bersaglio sembrano disegnare un preciso disegno: colpire i fedelissimi per indebolire il padrino, mandando un messaggio chiaro a chiunque pensasse di poter raccogliere l’eredità del potere in un momento di debolezza. Le misure di sicurezza, quindi, servono a proteggere Putin non solo da un killer solitario, ma da una possibile congiura di palazzo che potrebbe vedere coinvolte proprio le alte sfere militari.

Vita da bunker e isolamento tecnologico

La risposta del Cremlino a questa percezione di vulnerabilità è stata quella di ridurre drasticamente l’esposizione pubblica del presidente. Fonti citate dal rapporto dell’intelligence suggeriscono che Putin trascorrerebbe ormai lunghi periodi in bunker modernizzati, situati principalmente nella regione di Krasnodar, evitando le abitazioni private e le apparizioni pubbliche che avevano caratterizzato gli anni precedenti. Per mascherare questa assenza, i media di Stato farebbero ampio ricorso a filmati preregistrati, mantenendo una finzione di operatività ordinaria mentre il leader si trincera in una fortezza invisibile. Si tratta di un’escalation nella strategia di sicurezza che evidenzia una fragilità di fondo: lo stesso apparato repressivo che ha soffocato ogni dissenso interno deve ora proteggere il vertice da presunte infiltrazioni, creando un cortocircuito di sfiducia che rischia di paralizzare l’intera macchina del potere. I divieti imposti a cuochi e guardie del, così come l’installazione di jammer per le comunicazioni in interi quartieri di Mosca, sono la misura palpabile di una paura che, a differenza dei missili, non arriva dall’orizzonte ma dal corridoio accanto.

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