L’informazione liquida dei nativi social: quando i creator valgono più dei giornali

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Che si tratti di un fatto di cronaca, di una svolta politica – con Donald Trump tornato alla Casa Bianca – o di una scoperta scientifica, il pubblico più giovane non accede più alle notizie seguendo il flusso lineare dei media tradizionali. L’analisi “How young people get their news” del Reuters Institute, basata su un’indagine condotta in nove paesi tra cui l’Italia, restituisce una fotografia nitida di questo radicale cambiamento: la cosiddetta “dieta mediatica” dei nativi digitali, quella fascia di età compresa tra i 18 e i 24 anni, è stata stravolta nell’arco di soli dieci anni.

Un decennio di rivoluzione silenziosa

Se nel 2015 l’accesso alle notizie avveniva prevalentemente attraverso i siti web e le app degli editori, oggi il panorama è dominato da un modello “social first”. I dati parlano chiaro: il 40% dei giovani intervistati utilizza i social media come canale principale per informarsi, mentre solo il 14% si reca direttamente su un sito di news. Un dato, quest’ultimo, che segna un distacco netto dalle abitudini delle generazioni precedenti. Non si tratta solo di un cambio di supporto, ma di un cambiamento antropologico nel modo di fruire l’informazione: due terzi dei giovani (64%) consumano notizie quotidianamente, ma lo fanno in maniera incidentale, quasi casuale, durante lo scrolling dei feed, piuttosto che con una ricerca intenzionale.

I nuovi protagonisti dell’informazione

Le piattaforme più popolari in questa fascia d’età sono quelle visive: Instagram guida la classifica con il 30% delle preferenze, seguito da YouTube (23%) e TikTok (22%). Il crollo di Facebook, sceso dal 53% al 16% in nove anni, simboleggia l’obsolescenza di un modello di condivisione testuale a favore di contenuti audiovisivi più immediati. Ma la vera novità riguarda il soggetto della comunicazione. Su questi canali, i ragazzi prestano maggiore attenzione ai singoli creator (51%) piuttosto che ai tradizionali brand di informazione (39%). È un dato che conferma la frammentazione dell’autorevolezza: il volto umano, la personalità e l’autenticità percepita del creator – spesso capace di mescolare intrattenimento e divulgazione – vengono ritenuti più vicini e credibili rispetto alla neutralità istituzionale della testata giornalistica.

Alienazione e nuove tecnologie

Un senso di distanza, talvolta di vera e propria alienazione, accompagna questo cambio di paradigma. Il 31% dei giovani ritiene che la propria fascia d’età non sia sufficientemente rappresentata dai media tradizionali. Una percezione di inadeguatezza che riguarda sia i temi trattati – spesso ritenuti lontani dagli interessi quotidiani legati a scienza, tecnologia e salute mentale – sia il linguaggio utilizzato. In controtendenza rispetto allo scetticismo generale, i giovani mostrano invece un’apertura verso l’innovazione tecnologica. Circa il 15% di loro utilizza strumenti di intelligenza artificiale per accedere o riassumere notizie su base settimanale, una percentuale che sale a fronte del 3% registrato tra gli over 55. L’IA viene percepita non come una minaccia, ma come un alleato per semplificare la complessità.

La sfida dell’industria dell’informazione

“Una delle sfide più urgenti dell’industria dell’informazione è il cambiamento del comportamento del pubblico più giovane”, si legge nell’analisi del Reuters Institute. Il rapporto stesso, però, riconosce un limite intrinseco nella sua analisi: quella di trattare i giovani come un gruppo omogeneo, quando in realtà fattori come la classe sociale, l’istruzione e la provenienza geografica influenzano pesantemente gli atteggiamenti nei confronti delle notizie. L’abbandono della tv, della stampa e persino dei siti web non implica un disinteresse per l’attualità, ma una domanda nuova: quella di un’informazione che parli la loro lingua, che si faccia trovare dove loro si trovano – su Instagram, YouTube e TikTok – e che rispetti una soglia di attenzione ormai governata dallo scrolling.

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