La fuga di McGrath nel bosco e quelle lacrime che raccontano un dolore più grande dello sport
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Redazione Sport
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Il gesto, istintivo e primordiale, resterà tra le immagini più potenti di questi Giochi. Atle Lie McGrath, il venticinquenne di padre americano e madre norvegese cresciuto sciando tra le nevi scandinave, aveva chiuso la prima manche dello slalom speciale in testa, con un vantaggio di cinquantanove centesimi sullo svizzero Loic Meillard, e nella seconda, nonostante un avvio contratto, aveva ancora sei decimi da amministrare quando, sul primo cambio di pendenza della pista Stelvio di Bormio, è arrivata l’inforcata. I bastoncini sono volati via oltre le reti, i parastinchi sono stati strappati e gettati, e McGrath, con gli scarponi ai piedi, ha scavalcato le protezioni per addentrarsi nella neve al limitare del bosco, lasciandosi cadere a terra in preda a una disperazione che andava ben oltre la sconfitta sportiva. Quella fuga, che la stampa norvegese ha paragonato per intensità drammatica a una scena di Interstellar con Matthew McConaughey, è durata diversi minuti, finché alcuni addetti non lo hanno raggiunto per riportarlo a valle.
Il lutto al braccio e il peso di una assenza
McGrath, che dalla cerimonia di apertura porta con sé un dolore privato e paralizzante, ha perso il nonno pochi giorni prima dell'inizio della rassegna a cinque cerchi, e il lutto al braccio con cui ha gareggiato era il simbolo di una dedica che sperava potesse trasformarsi in oro. Il nonno, ha raccontato poi lo stesso atleta in un incontro con i giornalisti davanti all’hotel della squadra norvegese, era stato per lui una fonte di ispirazione costante, e l’idea di riuscire a coronare quel periodo tra i più difficili della sua vita con una prestazione memorabile lo aveva sorretto durante la prima manche. “È il giorno più duro della mia carriera”, ha detto McGrath, visibilmente provato, spiegando che la reazione nel bosco è stata semplicemente il cedimento di una diga emotiva che reggeva da giorni, tra la preparazione ossessiva e il tentativo di tenere a bada il lutto. "Tutto ha preso il sopravvento", ha ammesso, "le emozioni hanno preso il sopravvento".
Il trionfo di Meillard e il silenzio di Bormio
Mentre McGrath si allontanava, tra lo stupore generale e lo sconcerto dei tecnici, Loic Meillard completava la sua seconda manche perfetta e si laureava campione olimpico, conquistando la sua terza medaglia in questi Giochi e regalando alla Svizzera l’ennesimo sigillo sulla neve italiana. L’argento è andato all’austriaco Fabio Gstrein, mentre il bronzo è stato vinto dal compagno di squadra e amico Henrik Kristoffersen, che ha cercato di spiegare l’accaduto ricordando quanto la pressione sia una componente incomprensibile per chi non è mai sceso tra i pali stretti in una gara olimpica. L’istante in cui McGrath ha inforcato è coinciso con l’esultanza di un tecnico svizzero posizionato a bordo pista, e quello scatto di gioia, immortalato dalle telecamere, è stato il primo fotogramma di un incubo per il norvegese. “È stato mescolato tutto: shock, rabbia, e una sensazione surreale”, ha raccontato, “non avevo mai provato niente di simile, e speravo di poter onorare mio nonno con qualcosa di grande”.
La richiesta d’aiuto e il confronto con la stampa
A distanza di qualche ora, quando la tensione si era in parte attenuata, McGrath ha incontrato i cronisti e, con una sincerità che ha colpito molti, ha lanciato un messaggio che va oltre la cronaca sportiva. “Ho bisogno di aiuto”, ha dichiarato senza mezzi termini, “da chi mi è vicino, ma forse anche da professionisti, perché gestire tutto questo da soli è al limite del sopportabile”. Ha raccontato di essersi allontanato nel bosco sperando di trovare un momento di solitudine, un’illusione durata poco perché alcuni fotografi e forze dell’ordine lo hanno raggiunto anche lassù. Ha poi sottolineato come lo sci alpino sia uno sport crudele in questo senso, dove in mezzo secondo puoi passare dalla gloria più totale all’abisso. “Non conosco altre discipline in cui la distanza tra il massimo successo e il più cocente fallimento sia così breve”. La sua ammissione di fragilità, rara in un ambiente spesso votato all’immagine granitica dell’atleta, ha aperto uno squarcio sulla salute mentale nello sport d’élite.




