Il Barcellona veste il suo 29° titolo: un Clásico da campioni, tra la gioia e il lutto di Flick
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Redazione Sport
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Non è soltanto una notte, quella che ha incoronato il Barcellona campione di Spagna per la ventinovesima volta, bensì il suggello naturale di una stagione costruita metro dopo metro, senza mai concedere al Real Madrid l’illusione di un aggancio. Il 2-0 maturato al Camp Nou nel «Clásico» che valeva la Liga – e che di fatto l’ha assegnata ai catalani a tre giornate dal termine – ha il sapore di una superiorità talmente chiara da trasformare la consueta tensione del derby in una sorta di formale adempimento. I padroni di casa, lo si è capito subito, non avevano intenzione di rimandare la festa: al 9’ Rashford ha aperto le marcature con una di quelle reti che tagliano le gambe a un avversario già timoroso, e nove minuti più tardi Torres ha raddoppiato, consegnando di fatto ai blancos un verdetto che, a onor del vero, era già scritto nelle pieghe di un campionato dominato con la naturalezza delle squadre che sanno di essere migliori.
La partita e il vuoto lasciato da Mbappé
Il Real Madrid, dal canto suo, si è presentato sul terreno di gioco privo del suo faro offensivo, Kylian Mbappé, e questa assenza – pesante come un macigno – ha finito per amplificare i limiti di una squadra già in affanno psicologico. Poco brillanti, i blancos hanno vagato per il rettangolo verde senza mai trovare quella reazione d’orgoglio che la storia del club richiederebbe; anzi, la loro prestazione ha alimentato il racconto di una spirale autodistruttiva fatta di caos tattico e anarchia emotiva, lontana anni luce dalla compattezza mostrata a ottobre, quando Xabi Alonso (allora alla guida) poteva vantare cinque lunghezze di vantaggio sui blaugrana. Oggi, quel vantaggio non solo è evaporato, ma si è rovesciato in un passivo di quattordici punti che grida vendetta, mentre il Barcellona continua imperterrito la sua marcia verso il traguardo dei cento punti – quella cifra tonda che nel 2012 apparteneva al Madrid di Mourinho e nel 2013 al Barça del compianto Vilanova.
Un precedente storico e il dominio senza appello
Per trovare un Clásico che avesse deciso la Liga, bisogna tornare indietro nel tempo fino al 3 aprile del 1932, quando fu un pareggio al Camp Nou a consegnare il titolo al Madrid. Da allora, nessuna sfida diretta aveva avuto un peso così determinante, eppure la partita di ieri ha avuto il pregio di far sembrare tutto semplice, quasi scontato. Il Barcellona, con questa affermazione, mette in bacheca la terza Liga in quattro anni – la seconda consecutiva con Hansi Flick in panchina – e lo fa stracciando l’eterno rivale sul proprio terreno, senza neppure bisogno di ricorrere a quei fuochi d’artificio che talvolta accompagnano le notti di gloria. C’è, però, un paradosso doloroso che attraversa la celebrazione: mentre i giocatori si abbracciavano e il pubblico esplodeva in cori di gioia, il tecnico tedesco tratteneva il proprio entusiasmo, o forse lo trasformava in un silenzio carico di rispetto.
La scomparsa del padre di Flick e la vittoria sospesa
A poche ore dal fischio d’inizio, Hansi Flick ha saputo della morte del padre. Nessuna dichiarazione strappata, nessuna uscita retorica: l’allenatore ha scelto di guidare ugualmente la squadra in questa serata decisiva, regalando ai suoi tifosi un titolo che porta inciso anche il segno di una perdita personale. La gioia per il 29° titolo, insomma, non è stata univoca; si è intrecciata con il lutto privato di un uomo che ha saputo separare il dolore dall’urgenza del momento, regalando ai catalani una vittoria che resterà nella storia non solo per il risultato, ma per le circostanze umane che l’hanno accompagnata. Tra i festeggiamenti e le lacrime di chi perde un genitore, il Barcellona ha scritto l’ennesimo capitolo del suo dominio, lasciando il Real Madrid a scavare dentro la propria «depressione» – come qualcuno l’ha definita – senza neppure la consolazione di un gol della bandiera.




