Docenti in piazza a Firenze e Cagliari, lo sciopero dei Cobas contro i test Invalsi e il precariato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un presidio davanti alla sede della Regione Toscana e un sit-in sotto il Consiglio regionale sardo. Queste, in estrema sintesi, le geografie della protesta che ha visto ieri e oggi gli insegnanti dei Cobas e della Usb Scuola incrociare le braccia per due giorni, in una mobilitazione che punta il dito contro quelli che vengono definiti i morsi dell’attuale governance scolastica. Non si tratta, per i manifestanti, solo di una questione legata ai famigerati quiz, quanto piuttosto di una critica radicata a un modello che, a loro dire, ha smantellato pezzo dopo pezzo la dignità professionale dei docenti e la funzione sociale della scuola.

A Firenze, tra le piazze del centro, la delegata Cobas Silvana Vacirca ha riassunto il senso della piazza, parlando di un malessere che affonda le radici in vent’anni di politiche settoriali. I test Invalsi, ha spiegato, sono considerati "estremamente dannosi perché non dicono nulla"; una spesa ritenuta ingiustificata per uno strumento che, non essendo servito a correggere le storture del sistema, finisce per ridurre la didattica a un mero esercizio statistico. Accanto a questa battaglia storica, che il portavoce triestino Davide Zotti ricorda essere in corso da due decenni, si è slogata una piattaforma sa di rivendicazioni economiche e contrattuali.

Il peso del precariato e la corsa all’inflazione

Sotto le ali del capoluogo toscano, le voci dei sindacati hanno sollevato il tema della sopravvivenza economica. La stessa Vacirca ha sottolineato come, nonostante i rinnovi contrattuali, gli stipendi abbiano subito un taglio secco del potere d’acquisto, paragonabile a una emorragia silenziosa durata un decennio. Se i dirigenti scolastici vedono migliorare le proprie condizioni, per la base il quadro è desolante: un docente su quattro versa ancora in stato di precariato, con contratti che si rinnovano all’infinito e che lasciano queste figure professionali inchiodate al gradino più basso della carriera. A Cagliari, il portavoce Nicola Giua ha fatto eco a queste dichiarazioni, parlando di un recupero salariale che non ha raggiunto "neanche la metà dell'inflazione reale", un dato che trasforma la passione per l’insegnamento in una corsa a perdere contro il carovita.

La "militarizzazione" e la riforma degli istituti tecnici

Ma il fronte caldo non si ferma ai soli aspetti economici. I Cobas hanno acceso i riflettori su un concetto che ricorre spesso nei loro comunicati: la "militarizzazione della scuola". Per i manifestanti, questa si traduce in una limitazione della libertà di insegnamento, con ispettori inviati nelle cattedre di chi non si uniforma a programmi definiti "nazionalisti". Nel mirino entra anche la riforma degli istituti tecnici, accusata di impoverire il curricolo nazionale e di trasformare gli studenti quindicenni in apprendisti precoci, in un rapporto di sudditanza della scuola rispetto all’impresa. A dare man forte alla protesta, in Sardegna, c’è anche la questione del dimensionamento scolastico, un'altra delle cesoie che tagliano organici e risorse sul territorio.

L'ostruzionismo ai quiz e l'adesione nelle elementari

Mentre le lancette scorrevano verso il compimento delle prove, l’attenzione si è concentrata sulle aule delle scuole primarie. Proprio in questi giorni, infatti, le classi seconde e quinte sono state chiamate a svolgere le prove standardizzate, un appuntamento che le sigle sindacali hanno cercato di sabotare attraverso l’astensione dal lavoro. Giua ha riferito che l’adesione allo sciopero è stata massiccia proprio laddove i test erano in programma, definendo l’andamento della mobilitazione "molto buono". L’obiettivo, dichiarato senza troppi giri di parole, è quello di paralizzare la macchina dei quiz, considerati strumenti inadeguati perché, come ribadito da Zotti, le prove standardizzate non sono in grado di misurare le competenze reali di studenti e istituti. Una battaglia, questa, che i Cobas portano avanti dal 2006 e che oggi, in un clima politico segnato dalla presidenza di Trump e da equilibri internazionali complessi, trova nuovi argomenti nel dissenso verso le derive autoritarie percepite nel sistema d’istruzione italiano.

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