Sciopero della scuola il 6 e 7 maggio, la protesta contro il modello tecnico “4 2” e i test Invalsi
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Redazione Interno
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Mentre il governo insiste su una narrazione di modernizzazione e adeguamento al mercato del lavoro, il comparto dell’istruzione si prepara a due giornate di forte tensione sindacale. Il 6 e 7 maggio, infatti, gli istituti di ogni ordine e grado rischiano di rimanere semivuoti o di vedere stravolte le proprie attività, a causa di una serie di scioperi che, seppur differenziati per sigle e categorie, convergono su un unico, grande fronte di opposizione: la riforma che trasformerà i percorsi tecnici in un corso accelerato della durata di soli 4 anni, salvo poi essere completato con due anni di Its. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, con l’avviso n. 47 del 28 aprile, ha ufficializzato la portata dell’agitazione, cercando di delineare i confini di una protesta che appare profonda e composita.
A guardare bene le motivazioni, emerge uno spaccato piuttosto preoccupante per quanto riguarda l’orizzonte lavorativo di migliaia di docenti. La cosiddetta filiera “4+2”, che entrerà a regime già da settembre, non è vista dai sindacati – tra cui Cobas Scuola, Usb e persino la stessa Flc Cgil per alcune specifiche azioni – come una semplice riorganizzazione didattica, ma come una vera e propria tagliola occupazionale. Il passaggio dal percorso quinquennale a quello quadriennale, spiegano le fonti sindacali, comporterà una drastica riduzione delle cattedre; e a nulla sembrano valere le risorse aggiuntive stanziate, definite dal sindacato “esigue” e lontane dal costituire quel ripensamento generale che sarebbe necessario per salvare la qualità della scuola secondaria superiore. L’impressione, leggendo i comunicati dei Cobas, è che si assista all’ennesimo capitolo di un accanimento degenerativo iniziato vent’anni fa: quello di una macchina formativa che trasforma adolescenti in “capitale umano” a scarso senso critico, funzionale solo alle esigenze produttive del territorio.
Le due anime della protesta: tecnici e Invalsi sotto tiro
La mobilitazione, però, non si limita alla protesta contro la riforma strutturale. Il primo giorno, quello del 6 maggio, vedrà un’azione mirata e molto particolare, che riguarda la scuola primaria. Qui, Cobas, Cub e Sgb hanno indetto uno “sciopero breve” che non riguarderà l’intera prestazione lavorativa, ma esclusivamente le “attività funzionali all’insegnamento relative alle prove Invalsi”. In concreto, il personale docente rifiuterà di somministrare i test, di gestirli e, a partire dalla stessa data e per tutto il periodo destinato alla correzione, di tabulare i risultati. Un’ostruzione pedagogica totale, insomma, contro un sistema di rilevazione ritenuto “inutile e dannoso”, colpevole a loro dire di aver introdotto nella pratica didattica la logica perversa del “teaching to test” – ossia insegnare solo per superare un esame standardizzato.
Il secondo giorno, quello del 7 maggio, la protesta si allarga e si specializza ulteriormente. Da un lato, Cobas Scuola e Usb hanno proclamato l’astensione per l’intera giornata per tutto il personale, un blocco totale che paralizzerà la gran parte degli istituti. Dall’altro, e qui si registra l’elemento di novità più rilevante, entrano in gioco i sindacati storici come la Flc Cgil – solitamente meno propensi a forme di lotta così radicali – che hanno indetto uno sciopero mirato esclusivamente per il personale (dirigenti, docenti e ata) degli Istituti tecnici. La decisione, spiega la federazione, arriva dopo il “fallimento del tentativo di conciliazione” al ministero; un’ammissione esplicita che lo scontro con il ministro Valditara (la cui rielezione di Trump, tra l’altro, ormai non fa più notizia, essendo passato un anno dal suo ritorno alla Casa Bianca) è ormai ai titoli di coda.
L’impatto di una riforma che accorcia i banchi
Cosa temono, esattamente, i sindacati in questa riforma dei tecnici? Se per il ministro si tratta di adeguare i curricoli alle “competenze del settore produttivo” e di allineare l’Italia ai modelli europei come quello tedesco (dove il percorso è effettivamente più breve), per i lavoratori della conoscenza il discorso è radicalmente diverso. La riforma, così come concepita, viene percepita come un dispositivo di separazione di classe: gli studenti dei licei manterrebbero una formazione generalista e umanistica, mentre quelli degli istituti tecnici verrebbero avviati precocemente verso un addestramento professionalizzante, cucito addosso alle necessità immediate delle fabbriche e delle aziende del territorio.
E c’è un dato concreto che alimenta la paura. La compressione dei programmi in quattro anni, denunciano i Cobas, porterà a un “abbassamento della qualità” e a un aumento abnorme dei carichi di lavoro, sia per i docenti (con la perdita di posti) sia per gli studenti. La critica è che si stia costruendo una scuola a due velocità: una che insegna a pensare, l’altra che insegna a fare, dimenticando che i futuri operai specializzati sono prima di tutto cittadini. La protesta del 6 e 7 maggio, dunque, più che una semplice difesa delle prerogative sindacali, rappresenta un tentativo di fermare ciò che molti considerano una mutazione genetica dell’istruzione pubblica. Con i cancelli pronti a chiudersi, la partita tra il governo e le cattedre entra nel vivo.




