L’Europa trova lo spazio per muoversi, mentre la guerra in Iran logora l’America di Trump
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Redazione Esteri
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La resistenza del Vecchio continente all’Amministrazione Trump, contrariamente a quanto molti osservatori tendono a minimizzare, si sta facendo più strutturata e netta con il passare delle settimane. Se all’inizio delle ostilità sembrava prevalere un’adesione timida e condizionata, dettata più dalla consuetudine atlantica che dalla reale convinzione, oggi lo scenario appare profondamente mutato. Gli alleati europei, memori forse di quanto già accaduto con la gestione del dossier ucraino, stanno riscoprendo una inaspettata coesione proprio nel prendere le distanze dalla Casa Bianca. La consapevolezza che si sta diffondendo in queste capitali è infatti chiara: la gestione del dossier mediorientale da parte di Washington mostra crepe sempre più evidenti, e il famoso “fiato corto” della macchina da guerra voluta da Donald Trump offre ora a Parigi, Berlino e Londra uno spazio diplomatico prezioso, seppur da maneggiare con cautela.
I segnali di una frattura concreta
A tradire la crescente frizione non sono tanto le dichiarazioni di circostanza, quanto i fatti concreti sul campo. Nonostante le bordate verbali del presidente, che ha nuovamente minacciato di abbandonare la Nato bollandola come una “tigre di carta”, gli Stati europei stanno rispondendo con un secco “no” alla richiesta di un coinvolgimento militare diretto. La Francia di Emmanuel Macron, per esempio, ha negato l’uso del proprio spazio aereo e delle basi per le operazioni offensive, mentre l’Italia e la Spagna hanno imposto restrizioni significative ai movimenti degli aerei militari statunitensi. Londra, pur mantenendo un profilo più dialogante, si è limitata a fornire supporto per missioni difensive, legittimando di fatto la narrazione europea secondo cui questa guerra, iniziata senza una preventiva consultazione alleata, non può essere considerata “la loro guerra”. Un atteggiamento, questo, che suona quasi come una beffarda restituzione del “due pesi due misure” che gli stessi funzionari americani avevano usato in passato per altre crisi.
La realtà strategica oltre la retorica
Eppure, a giudicare dalla superficie, qualcuno potrebbe pensare che l’Iran sia ormai in ginocchio. La retorica della Casa Bianca parla di obiettivi “decimati” e di una vittoria ormai scontata, tanto che Trump ha sfidato gli europei ad andare a “ripescare il proprio petrolio” nel Golfo. Ma a smentire questa narrazione trionfalistica c’è la realtà cruda delle infrastrutture militari iraniane, una realtà che il regime di Teheran ha sempre sbandierato come un vanto ma che oggi si rivela un osso durissimo per gli strateghi americani. Secondo analisi dettagliate delle capacità residue, la Repubblica Islamica non ha certo esaurito le sue munizioni; al contrario, può contare su una capillare rete di “città missilistiche” sotterranee, scavate nella roccia viva.
Un esempio su tutti è la struttura situata nei pressi di Yazd, nascosta a circa 500 metri di profondità all’interno di una montagna di granito, una protezione che nessun bunker di cemento armato tradizionale potrebbe mai garantire. Questi complessi, che si estendono per decine di chilometri di gallerie, sono dotati di binari ferroviari automatizzati per lo spostamento dei vettori. E nonostante i bombardamenti abbiano certamente inflitto danni, la capacità di fuoco dell’Iraq (si intende dell’Iran) rimane tale da poter colpire bersagli fino a 2.600 miglia di distanza, mettendo potenzialmente nel mirino anche basi britanniche come Diego Garcia.
Lo scontro economico globale
Il fronte economico, del resto, è lo specchio più fedele di questa guerra di logoramento. Le cancellerie europee sanno bene che la partita vera si gioca sullo stretto di Hormuz e sul prezzo delle materie prime, un’area in cui l’Unione Europea ha molto più da perdere degli Stati Uniti. Le Borse mondiali hanno vissuto un “lunedì nero”, spazzando via migliaia di miliardi di dollari di capitalizzazione, e mentre Wall Street cerca disperatamente di trovare un fondo, il Brent viaggia stabilmente sopra i 100 dollari al barile. La mossa americana, finalizzata a interrompere i flussi energetici, sta paradossalmente danneggiando l’economia globale in modo asimmetrico. Per questo, l’Europa sta tentando di costruire una coalizione alternativa (fino a 35 paesi) per garantire la sicurezza delle rotte commerciali una volta che le polveri si saranno calmate, dimostrando di voler giocare in proprio una partita che Trump considera già vinta.




