Il silenzio (quasi) totale dei giornali e quel numero che non torna

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’aria, in redazione, ieri era quella dei grandi vuoti. Gli amministratori di sistema hanno abbassato le saracinesche virtuali dei siti, le macchine rotative sono rimaste ferme, e per un giorno – l’unico, vero colore – è stato il giallo dei blocchetti degli amici e delle amiche radunati in piazza. Perché i giornalisti italiani, quelli dei quotidiani, dei periodici, delle agenzie e dell’informazione online, hanno incrociato le braccia. O, per meglio dire, la maggior parte di loro. La protesta, indetta dalla Federazione nazionale della stampa (Fnsi), aveva una posta in gioco chiara: il rinnovo del Contratto nazionale di lavoro, scaduto ormai da dieci anni – dieci, non uno o due – con una vertenza che si trascina da due.

Ma in questo quadro, dove lo sciopero rivendica condizioni sacrosante per chi lavora sotto un editore proprietario, c’è chi ha fatto un passo di lato. A dare l’esempio è stato il manifesto, che in edicola c’è eccome: la cooperativa che lo edita ha spiegato come le ragioni del conflitto, per quanto condivisibili nel merito, la tocchino solo marginalmente, specificando di non voler applicare – né tantomeno applicherà – quelle norme proposte dai datori di lavoro che finirebbero per penalizzare i nuovi assunti. Una posizione, la loro, che ha messo in luce una frattura sottile ma profonda all’interno della categoria.

Le piazze e le pagine che non si sono fermate

Mentre a Roma e Milano i sit-in organizzati rispettivamente dall’Associazione stampa romana e dall’Associazione lombarda giornalisti (Alg) raccoglievano i volti della protesta, c’era un altro fronte, quello delle edicole, a raccontare un’altra storia. Il 28 marzo, i chioschi non erano affatto spogli. In prima fila, schierati quasi a formare un blocco compatto, c’erano i giornali vicini al centrodestra di governo: Il Secolo d’Italia, Libero, La Verità, Il Tempo, Il Giornale. A questi si sono aggiunti Il Foglio e Il Riformista, senza dimenticare le testate economiche come Italia Oggi e Milano Finanza, e poi ancora La Gazzetta dello Sport, Il Romanista, L’Identità, L’Edicola, La Discussione. Un’eccezione, quella della rosea, che nel mondo dell’informazione sportiva ha scelto di non aderire, così come gli altri titoli elencati, dove si è lavorato regolarmente nonostante lo sciopero del 27 marzo.

La norma, l’eccezione e i numeri di un altro conflitto

A complicare il quadro di quella che si è presentata come una mobilitazione a macchia di leopardo, sono arrivati i numeri di un’altra protesta, parallela e più circoscritta. Nell’ambito delle “problematiche aziendali”, le organizzazioni sindacali Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl e Faisa Cisal avevano proclamato per la stessa giornata del 27 marzo uno sciopero aziendale di quattro ore, dalle 19:00 alle 23:00. Un’azione, questa, che ha restituito un dato concreto sulla partecipazione: durante l’ultima analoga proclamazione, quella del 28 gennaio 2025, l’adesione si era fermata al 13,12 per cento. Un numero che, se letto in controluce, suggerisce come l’effettiva interruzione del servizio – in questo caso delle corse – sia direttamente proporzionale all’affluenza, e come le due mobilitazioni, pur essendo coese nell’arco della stessa data, abbiano seguito percorsi di adesione profondamente diversi.

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