Wolff e il dilemma Antonelli: “superstar” senza mondiale, ma la Mercedes ha un problema di partenze
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Il sorriso, va detto, è quello di chi non riesce proprio a trattenere la gioia per un exploit che nemmeno i più ottimisti si sarebbero aspettati con una tale rapidità; le parole, al contrario, tradiscono la prudenza di un ingegnere che ha visto svanire troppi campionati per colpa di un eccesso di entusiasmo. Toto Wolff, osservando il terzo successo consecutivo di Kimi Antonelli – il diciannovenne italiano che ora guida il Mondiale con venti lunghezze di vantaggio sul compagno George Russell – sa bene che ogni podio alzerà ulteriormente l’asticella dell’attenzione mediatica. “È importante in questo momento che Kimi mantenga i piedi per terra”, ha dichiarato il manager austriaco, consapevole di come la pressione, quando diventa asfissiante, possa compromettere anche i talenti più cristallini.
Il peso delle aspettative e il paragone con Sinner
Non si tratta solo di cronaca sportiva, perché Wolff stesso ha evocato un parallelo destinato a far discutere: Antonelli e Jannik Sinner, due “superstar” – ha detto – in un’Italia che, paradossalmente, non parteciperà al prossimo Mondiale di calcio. Un’incongruenza solo apparente, visto che mentre la nazionale di calcio affonda in una crisi strutturale, nel tennis e nell’automobilismo emergono fenomeni capaci di dominare scenari globali. Il manager della Mercedes, però, accende un faro sull’aspetto più delicato di questo inizio di stagione: le aspettative. Perché il rischio, sempre in agguato quando un ragazzo vince tre delle prime quattro corse, è quello di dimenticare che una carriera non si costruisce in pochi Gran Premi, ma sull’arco di un quindicennio. “Vogliamo vederlo vincere per 15 anni”, ha ribadito Wolff, cercando di spostare l’attenzione dal risultato immediato alla sostenibilità del progetto.
Il problema cronico delle partenze e le critiche alla Formula 1
La Mercedes, però, non è una macchina perfetta, e lo stesso Wolff lo ammette senza giri di parole. La W17 ha vinto le prime quattro gare – tre con Antonelli, una con Russell – ma i rivali si sono avvicinati in modo pericoloso dopo aver introdotto pacchetti evolutivi importanti, sia quantitativamente che qualitativamente. E poi c’è il nodo delle partenze, una vera e propria spina nel fianco: “Non diamo ai piloti le cose giuste – ha confessato il team principal – sia che si tratti di frizione o di stima del grip”. Un problema tecnico che rischia di vanificare il lavoro svolto in qualifica, dove la vettura numero 12 ha invece messo tutti in fila. Di fronte a chi, dopo il GP di Miami, ha criticato lo spettacolo offerto dalla Formula Uno, Wolff è stato tranchant: “Se c’è anche una sola persona che oggi si lamenta della gara, penso che dovrebbe nascondersi. Questa pista è un po’ più semplice, non così impegnativa dal punto di vista energetico, ma è stata un’ottima pubblicità per la F1”. Un attacco indiretto, questo, anche a chi chiede un cambio radicale delle regole sui motori nel breve termine: “Dovrebbero interrogarsi sul proprio modo di valutare la Formula 1”.
Antonelli, il pilota che fa rumore solo quando abbassa la visiera
Ci sono piloti che arrivano nella massima categoria facendo molto chiasso fuori dalla pista, riempiendo le interviste di dichiarazioni roboanti e gesti studiati. Poi ce ne sono altri – e Antonelli appartiene già a questa seconda schiera – che il rumore lo generano soltanto nel momento in cui abbassano la visiera. Nessuna celebrazione eccessiva a Miami, nessuna dichiarazione che possa alimentare ulteriormente la già pesante attesa mediatica. L’azzurro, in questo senso, sembra aver assimilato in fretta la lezione del suo capo squadra: i risultati parlano da soli, e le parole servono semmai a smorzare, non ad alimentare. La sua leadership in classifica, dopo appena quattro gare, è un dato oggettivo; altrettanto oggettiva è la fragilità della Mercedes nei primi metri di gara. E mentre l’Italia si prepara a guardare il Mondiale di calcio da spettatrice, su un altro fronte – quello dell’asfalto – un ragazzo di diciannove anni sta riscrivendo gerarchie che sembravano scolpite nella pietra.




