Roma, il primo grande banco di prova del decreto sicurezza tra i cancelli del parco degli Acquedotti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non ci sono stati scontri, non è volata una sedia, non è stato lanciato un sasso contro le divise. Eppure, domenica scorsa, il nuovo impianto normativo voluto dal governo ha mostrato il suo volto più concreto nei pressi di un casolare semi diroccato, quel luogo che dieci giorni prima era stato teatro della morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano. È lì, nel cuore del Parco degli Acquedotti, che si è consumata quella che a tutti gli effetti rappresenta la prima applicazione su larga scala del cosiddetto “fermo preventivo”, uno degli strumenti più discussi inseriti nel decreto sicurezza. Novantuno persone, arrivate per deporre un fiore e stringersi in un momento di memoria collettiva, si sono trovate al centro di un dispositivo di ordine pubblico che, bypassando la necessità di un reato flagrante, ha tradotto il loro tentativo di avvicinarsi all’area – nonostante un divieto della questura – in un passaggio obbligato attraverso gli uffici di via Genova.

La macchina organizzativa, quella che ha visto schierati agenti a cavallo e un imponente spiegamento di forze tra Circonvallazione Tuscolana e via Lemonia, ha operato con una meccanica ormai collaudata dalle nuove disposizioni. Il provvedimento, che consente alle forze dell’ordine di accompagnare in questura soggetti ritenuti “pericolosi” nell’ambito di servizi di prevenzione legati a manifestazioni, è scattato senza che fosse stato commesso alcun illecito in quella mattinata di sole. Le persone fermate – tra cui, come raccontato da alcuni legali presenti, anche una donna che stava semplicemente facendo colazione e che aveva un treno da prendere più tardi – sono state caricate su pulmann e trattenute per diverse ore in camere di sicurezza, dove si è proceduto all’identificazione e alla notifica di alcuni fogli di via obbligatori.

Un ricordo tra fiori rossi e neri e la rivendicazione dell’azione diretta

L’atmosfera che aleggiava intorno al luogo della commemorazione, lo stesso dove il 19 marzo si erano materializzate le conseguenze mortali della manipolazione di un ordigno, era carica di simboli. I partecipanti, che avevano scelto di presentarsi a volto scoperto quasi a sfidare il clima di tensione, portavano con sé mazzi di fiori dai colori tradizionalmente legati al movimento anarchico: il rosso e il nero. Tra i presenti, le voci si sono alzate non solo per ricordare Sara e Sandro – questo il nomignolo con cui veniva chiamato Alessandro Mercogliano – ma anche per lanciare un segnale di solidarietà verso Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto al regime del 41 bis. Nonostante il blocco imposto agli accessi principali del parco, una parte del corteo è riuscita a ritrovarsi più tardi nel quartiere popolare del Quarticciolo, srotolando striscioni che recitavano frasi come “Perché nulla sia stato vano” o “Un giorno dobbiamo morire, ma tutti gli altri no”, in un palese tentativo di trasformare quella che era nata come una cerimonia in un atto di rivendicazione politica.

L’azione delle forze dell’ordine, però, ha avuto il merito (o l’effetto, a seconda del punto di vista) di ribaltare la narrazione di una semplice riunione privata. Il fermo dei 91 soggetti è stato immediatamente accolto come un test decisivo per l’efficacia delle nuove norme. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non ha esitato a intervenire sulla vicenda, definendo l’operazione come la prova del nove della bontà del decreto: uno strumento, ha spiegato, che non limita la libertà di manifestare ma che serve a garantire che le manifestazioni si svolgano in modo pacifico, intervenendo a monte su quei soggetti ritenuti un potenziale pericolo per l’ordine pubblico.

L’interpretazione politica: un atto eversivo o la tutela della legalità?

La lettura dei fatti, inevitabilmente, si è immediatamente polarizzata. Se da un lato l’esecutivo ha celebrato l’operazione come un successo nella prevenzione, dall’altro il mondo dell’antagonismo ha denunciato quello che ha definito un abuso di potere, descrivendo il quartiere come “militarizzato” e parlando di una vera e propria “dimostrazione muscolare” da parte dello Stato. Il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, esponente di Fratelli d’Italia, ha alzato il tiro del confronto politico, interpretando quanto accaduto non come una semplice commemorazione, ma come un chiaro segnale eversivo. Nelle sue dichiarazioni, Rampelli ha sottolineato come l’iniziativa, tenutasi nonostante il divieto della questura e in solidarietà con persone coinvolte in vicende legate al terrorismo anarchico, configuri una sfida diretta alle leggi dello Stato.

In questo contesto, il dibattito si è rapidamente spostato sul piano giuridico e dei principi. I sostenitori della linea dura, tra cui esponenti della Lega, hanno riacceso i riflettori sulla possibilità di inasprire ulteriormente la normativa, spingendo per l’equiparazione di alcuni gruppi antagonisti alle organizzazioni terroristiche. Le opposizioni, invece, hanno puntato il dito sui rischi di un uso discrezionale del fermo preventivo, evidenziando come la misura possa colpire individui che non avevano alcuna intenzione di partecipare all’evento contestato, finendo per penalizzare il diritto alla libertà di riunione in nome di un principio di prevenzione dalle maglie fin troppo larghe.

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