Trieste, il ricordo di Giovanni e le domande di un dramma annunciato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Tra i mazzi di fiori e i piccoli giocattoli deposti in piazza Marconi, a Muggia, spicca, con una dolorosa ironia della sorte, un tesserino della Federcalcio. Qualcuno lo ha posato lì, davanti al portone del civico 3, un ultimo tributo a Giovanni Trame, il bambino di nove anni che sognava il calcio e che mercoledì sera è stato ucciso a colpi di coltello dalla madre, Olena Stasiuk. Quell’oggetto, simbolo di una passione e di una normalità brutalmente interrotta, racconta di un “pulcino” il cui futuro è stato spezzato in un appartamento che avrebbe dovuto essere un luogo sicuro, trasformandolo invece nel teatro di una tragedia inimmaginabile.

Le preoccupazioni emerse dai colloqui

Quella che emerge dalla documentazione acquisita dagli investigatori è una storia di sofferenze silenziose e di allarmi, purtroppo, non sufficienti a scongiurare l’esito fatale. Giovanni, durante i colloqui con gli psicologi incaricati dal Tribunale civile di Trieste, aveva espresso con la schiettezza tipica della sua età un profondo disagio. Descrivendo i genitori, al padre Paolo dedicava aggettivi affettuosi, dipingendolo come “buono” e “simpatico”, un compagno di giochi e di letture. Della madre, invece, il suo giudizio era più sfumato e preoccupante: “Così, così”, affermava, spiegando che a volte “male perché non mi fa giocare”. In quelle occasioni, raccontava, “rimaniamo in silenzio in casa”, un silenzio carico di una tensione che un bambino di nove anni fatica a nominare ma che percepisce con chiarezza.

Il timore di incontri senza mediazione

La relazione peritale, come riportato da atti giudiziari, rivela una consapevolezza ancora più acuta nel piccolo. Quando si discuteva della possibilità di incontrare la madre senza la presenza rassicurante di un educatore, come l’assistente sociale Carlotta – della quale Giovanni esplicitamente auspicava la costante presenza –, il bambino esprimeva una perplessità che suona ora come un tragico presagio. “Non so se è una buona idea”, confidò alla psicologa, una frase semplice che racchiudeva tutta la sua apprensione e che delinea i contorni di una relazione madre-figlio già profondamente compromessa, segnata da dinamiche che lui stesso, in passato, aveva tentato di denunciare.

Le precedenti accuse e l’archiviazione

Proprio il padre, Paolo Trame, aveva infatti formalizzato una denuncia per le violenze che il figlio, allora settenne, sosteneva di subire durante gli incontri con la donna. Con l’innocenza che rende le sue parole ancora più strazianti, Giovanni aveva riferito di episodi angosciosi: “Mamma mi strozza”, disse, e in un’altra circostanza, “Mamma mi ha infilato un dito nel sedere dicendo ‘così non va bene’”. Accuse gravissime che, nondimeno, non avevano trovato un seguito penale, portando all’archiviazione della pratica nel 2023. Quel procedimento, che si era chiuso senza condanna, rappresenta oggi un tassello cruciale e amaro nell’inchiesta che cerca di ricostruire le ore che hanno preceduto il femminicidio di un innocente, lasciando una scia di interrogativi su quanto si sarebbe potuto fare per proteggerlo.

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