Il cervello di Neanderthal era simile al nostro, lo dice una nuova ricerca
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Nell’immaginario collettivo, lo si sa, i Neanderthal restano ancora i nostri cugini “meno evoluti”, una sorta di scimmioni rozzi e cognitivamente limitati; eppure, la ricerca scientifica ha sfatato da tempo questa visione stereotipata, descrivendo invece ominidi dotati – va detto senza alcuna retorica – di una cultura raffinata, di sensibilità artistiche e di capacità tecniche tutt’altro che primitive. Proprio il confronto con le abilità cognitive della nostra specie, però, costituiva finora un campo di scontro aperto, alimentato da pregiudizi difficili da estirpare. Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Pnas, promette ora di riaccendere la discussione, ma lo fa da una prospettiva inaspettata: le differenze morfologiche tra il cervello dell’uomo di Neanderthal e quello dei Sapiens sarebbero minori di quelle che si osservano oggi tra gli stessi esseri umani moderni. Insomma, ne avevamo di strada da fare per scrollarci di dosso l’idea del “cugino stupido”.
Una capsula del tempo preistorica e un ricordo di cometa
Proprio mentre gli studi genetici e paleontologici continuano a restituirci un’immagine sempre più complessa dei Neanderthal, c’è chi ha vissuto sulla propria pelle l’ebbrezza della scoperta fin dall’infanzia. Basti pensare a chi, come l’autrice di un recente contributo divulgativo, sognava da bambina di fare la paleontologa, l’astronauta o la scrittrice, per poi vedere il proprio cuore orientarsi verso la geologia. La sua prima esplorazione in grotta risale a quando aveva appena quattro anni, la prima immersione a sette; poi la caccia ai fossili in tutta la Francia, le uscite notturne per osservare il cielo stellato. Un ricordo, tra tutti, brilla in modo particolare: osservare la cometa Hale-Bopp nel 1997, nel cuore della notte, in piedi in un campo mentre i genitori sussurravano il conto alla rovescia per i tempi di esposizione necessari a fotografare quello strano oggetto celeste che illuminava il cielo. Un’esistenza, la sua, resa possibile da un padre insegnante di chimica e appassionato speleosub, e da una madre che è stata la prima donna sommozzatrice professionista in Francia: un concentrato di avventura e scoperta che ben si accompagna allo spirito di chi non smette mai di interrogarsi sulle nostre lontane origini.
FoxP2, il gene della parola che accomuna
A rafforzare l’ipotesi di una continuità cognitiva tra noi e i Neanderthal arriva anche un vecchio capitolo della ricerca genetica, destinato a incrociarsi con i nuovi dati morfologici. Nel 2001, gli scienziati che studiavano il linguaggio umano segnarono una svolta epocale: esaminando il Dna di una famiglia affetta da una rara disabilità del linguaggio, scoprirono che la responsabilità della condizione risiedeva nella mutazione di un singolo gene, chiamato FoxP2. Ebbene, studi successivi hanno rilevato che i Neanderthal possedevano una versione sostanzialmente identica di quel gene, suggerendo che anche loro potessero disporre delle basi biologiche per un linguaggio articolato. Non si tratta, beninteso, di una prova definitiva dell’esistenza di una grammatica complessa tra quei popoli antichi, ma di un indizio pesante: la stessa architettura molecolare che permette a noi di modulare suoni e costruire frasi era già presente nei nostri cugini estinti.
Forme diverse, stessa sostanza
Torniamo allora allo studio pubblicato su Pnas, perché è qui che la sfida al pregiudizio si fa più radicale. I ricercatori hanno confrontato le strutture cerebrali di Neanderthal e Sapiens non tanto in termini di volume complessivo – aspetto su cui le differenze sono note e minime – quanto di variabilità morfologica interna. La sorpresa è stata notevole: gli esseri umani moderni mostrano tra loro una gamma di forme e asimmetrie cerebrali più ampia di quella che separa la nostra specie media dall’uomo di Neanderthal. In altre parole, se prendiamo due Sapiens qualsiasi, è probabile che i loro cervelli differiscano tra loro più di quanto differisca, in media, il cervello di un Sapiens da quello di un Neanderthal. Una scoperta, questa, che rimette in discussione decenni di narrazioni fondate sulla presunta superiorità strutturale della nostra corteccia. E che invita a guardare quei lontani parenti – spesso raffigurati ancora come bestie da grotta – con occhi finalmente liberi da antiche ruggini intellettuali.




