A 30 anni già si pensa alla vecchiaia, ma dopo i 65 ci si sente più giovani: il paradosso degli italiani

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C'è un momento preciso in cui gli italiani cominciano a fare i conti con il passare del tempo. Non accade a sessant'anni, né tantomeno a cinquanta: la soglia si è spostata molto più indietro, intorno ai trenta. Secondo la ricerca "Human After All", firmata da Hearts United con Doxa su un campione rappresentativo di 2.000 persone intervistate con metodologia CAWI, il 26% degli italiani colloca tra i 25 e i 34 anni l'età in cui ha iniziato a riflettere sul proprio invecchiamento.

Si tratta della fascia più numerosa in assoluto, ma non dell'unica: un ulteriore 13% ammette di averci pensato ancora prima, addirittura sotto la soglia dei venticinque anni.

Un paradosso che ribalta le attese

Il dato che sorprende, però, arriva dall'altro capo dell'esistenza. Se a trent'anni ci si sente già proiettati verso la vecchiaia, con il passare del tempo la percezione si ribalta: il 62% degli over 65 dichiara di sentirsi più giovane dell'età anagrafica. La forbice si allarga progressivamente e coinvolge tutte le generazioni: si passa dal 22% dei diciotto-ventiquattrenni al 37% della fascia 25-34, per superare la metà già tra i 35 e i 44 anni (58%) e toccare il picco proprio tra gli anziani. Più anni passano, insomma, e meno ci si riconosce nell'immagine tradizionale della vecchiaia.

Mindful e Ageless: due profili che convivono

La ricerca individua due dimensioni che possono abitare la stessa persona senza contraddirsi. Da un lato ci sono i "Mindful", quel 51% di italiani che dichiara di pensare al proprio invecchiamento almeno qualche volta, con una concentrazione maggiore tra i 45 e i 64 anni e tra le donne. Dall'altro emergono gli "Ageless", il 49% che si sente più giovane degli anni che ha. La coesistenza dei due atteggiamenti svela il cuore del paradosso: riflettere sul tempo che passa non equivale a percepirsi anziani.

Tra chi si definisce consapevole, del resto, il 41% considera l'invecchiamento una componente naturale della vita, mentre il 19% ammette di averne avuto paura, un sentimento particolarmente marcato proprio nella fascia 25-34 anni.

Le aspettative sociali pesano più della biologia

A spiegare il fenomeno concorrono fattori che poco hanno a che vedere con il corpo. Silvia Leonzi, professoressa ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi alla Sapienza Università di Roma, osserva che le età della vita non sono mai state definite soltanto dalla biologia, ma anche da costruzioni sociali, ruoli e passaggi che indicano cosa dovremmo aver raggiunto in una certa fase dell'esistenza.

Carriere meno lineari, autonomia economica più tardiva e percorsi familiari meno prevedibili si scontrano con modelli che continuano a fissare traguardi precisi, alimentando la sensazione di essere in ritardo. Dopo i sessanta, al contrario, molte persone hanno davanti anni di vita attiva, relazioni e progetti che mal si conciliano con lo stereotipo dell'anziano.

Longevity, una parola ancora poco familiare

Il lessico della longevità, d'altra parte, resta in gran parte da decifrare: solo il 14% degli italiani dichiara di conoscere bene il significato del termine "longevity". Quando però il concetto viene tradotto in pratiche quotidiane, la familiarità cresce: il 51% associa il vivere più a lungo e in salute alla cura delle relazioni, del sonno, dell'alimentazione, dell'attività fisica e del benessere mentale. Tecnologia e innovazione medica occupano invece uno spazio marginale, citate rispettivamente dal 10% e dal 6% degli intervistati.

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