Safari umani a Sarajevo, l'inchiesta di Milano sui cecchini paganti
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Redazione Interno
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La guerra, quella vera, fatta di assedi e privazioni, diventa per alcuni un lussuoso passatempo, un parco dei divertimenti dove la vita umana perde ogni valore e si trasforma in trofeo. È questa l'immagine agghiacciante che riemerge dalle indagini della Procura di Milano, la quale ha aperto un fascicolo per omicidio volontario plurimo aggravato, affidato al pm Alessandro Gobbis, su quanto accaduto durante l'assedio di Sarajevo. Secondo le accuse, alcuni italiani, bardati in tute mimetiche nuove di zecca, non si recarono nei Balcani per combattere per un'ideologia, ma per uccidere civili, guidati da paramilitari serbo-bosniaci verso le postazioni dei cecchini che dominavano la città.
Le rivelazioni di un libro e le prove di Gavazzeni
La storia di questi "safari umani", sebbene sia tornata alla ribalta solo di recente, era già stata denunciata anni addietro. A farlo, nel 2014, era stato Luca Leone, giornalista e co-fondatore di Infinito Edizioni, con il libro "I bastardi di Sarajevo", poi ripubblicato nel 2018. Leone, che da tempo si occupa con profondità delle vicende bosniache, aveva poi ripreso la questione in occasione dell'uscita del documentario "Sarajevo Safari" di Miran Zupanic. A portare concretamente le prove in Procura è stato però Ezio Gavazzeni, scrittore e autore dell'esposto che ha dato il via all'inchiesta, il quale ha spiegato di essersi avvicinato alla vicenda spinto da una "pura curiosità", senza avere legami personali con i fatti.
La macabra economia dei bersagli
Quello che emerge dai racconti è un sistema perverso, una sorta di tariffario dell'orrore che stabiliva il prezzo di una vita umana. Secondo le ricostruzioni, per uccidere un bambino si potevano spendere fino a cento milioni di lire, mentre i militari e le donne rappresentavano bersagli di valore. Gli anziani, invece, venivano considerati "gratis", prede senza costo in un mercato della morte che trasformava le colline serbo-bosniache, come Grbavica, in un palcoscenico per cacciatori assetati di adrenalina. Lì, affacciati sulla città stretta nella morsa dell'assedio, questi individui prendevano la mira e sparavano su chiunque si muovesse, riducendo il dramma di un popolo a un gioco crudele.
L'iter giudiziario e il peso delle testimonianze
L'inchiesta penale, che deve ancora accertare le responsabilità individuali, si basa sulle testimonianze e sui documenti raccolti nel tempo, i quali dipingono un quadro di una crudeltà inaudita. I fatti, sebbene lontani nel tempo, vengono ora esaminati dalla giustizia italiana, che dovrà districarsi in una vicenda internazionale complessa e dolorosa. La motivazione dell'aggravante di "crudeltà" e dei "motivi abietti" scelta dalla Procura di Milano sembra riflettere la natura stessa degli atti commessi, dove l'omicidio non era dettato da necessità bellica ma da un piacere distorto, da un divertimento macabro che ha calpestato ogni principio di umanità.




