“Sarajevo Safari” al cinema mentre la procura di Milano allarga l’inchiesta sui “cecchini del weekend”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura di Milano, come si legge nei documenti depositati negli ultimi giorni, ha notificato un secondo invito a comparire nell’ambito dell’indagine che ruota attorno ai cosiddetti “cecchini del weekend”. Si tratta, in questo caso, di un 64enne residente in provincia di Alessandria, convocato per il prossimo 13 aprile: l’uomo, pur avendo ammesso in alcune interviste di aver combattuto in Bosnia al fianco di un gruppo paramilitare, ha sempre negato con decisione di aver preso parte a qualsiasi forma di “safari a pagamento”. La sua posizione, va detto, si aggiunge a quella di un altro soggetto già raggiunto da un analogo provvedimento, segno che il numero dei potenziali partecipanti a quelle che le accuse descrivono come spedizioni venatorie contro civili si sta gradualmente allargando. Le stesse contestazioni, per chi non avesse seguito la vicenda, ruotano attorno a un’accusa precisa: aver pagato somme di denaro, a volte ingenti, per recarsi a Sarajevo durante l’assedio serbo-bosniaco (1992-1995) e sparare – si sostiene – anche su donne, anziani e bambini.

Un documentario del 2022 che ha rotto il silenzio

Proprio mentre l’inchiesta milanese procede con queste nuove convocazioni, arriva nelle sale cinematografiche italiane “Sarajevo Safari”, un documentario firmato dal regista sloveno Miran Zupanic e risalente al 2022. Fu proprio quel lavoro, occorre ricordarlo, a svelare una delle pagine più cupe e meno raccontate del conflitto balcanico: l’esistenza di cittadini internazionali, per lo più benestanti, che avrebbero trasformato l’assedio in una sorta di macabra attrazione turistica. Molti di loro, stando alle testimonianze raccolte da Zupanic, agivano nel fine settimana – da qui il nomignolo che è poi finito nelle carte processuali – e tornavano poi nei rispettivi Paesi d’origine come se nulla fosse accaduto.

Le smentite e le ammissioni parziali degli indagati

Tra gli sviluppi più recenti, come accennato, spicca la posizione del 64enne piemontese: da una parte ha confermato la propria presenza nei Balcani in un’unità paramilitare, dall’altra ha respinto con forza l’ipotesi che la sua fosse una “gita” organizzata a fini omicidiari. Un altro soggetto già sentito dagli inquirenti, un 80enne che aveva parlato in un bar di presunti episodi di fuoco contro la popolazione, ha invece ritrattato parzialmente, sostenendo che le sue parole sarebbero state travisate e che lui si trovava in Bosnia esclusivamente per lavoro. La Procura, dal canto suo, continua a vagliare vecchie testimonianze, fotografie e dichiarazioni pubbliche rilasciate negli anni, molte delle quali emerse proprio dopo la diffusione del documentario.

L’assedio di Sarajevo e le ombre sui “turisti della guerra”

Per comprendere la gravità delle accuse, bisogna tornare a quegli anni: Sarajevo, sotto assedio per oltre mille giorni, divenne il simbolo di una guerra sporca e senza esclusioni di colpi. I cecchini posizionati sulle colline circostanti tenevano sotto tiro strade, mercati e ospedali; eppure, secondo quanto ricostruito da inchieste giornalistiche e giudiziarie, non si trattava sempre di militari regolari. Alcuni di loro – ed è questa l’ipotesi al centro del fascicolo milanese – sarebbero stati “volontari” occasionali, attratti dalla possibilità di uccidere senza dover rendere conto a nessuno, pagando per farlo. Le indagini, per ora, non hanno ancora prodotto rinvii a giudizio, ma il numero crescente di convocazioni suggerisce che il lavoro della Procura sia entrato in una fase più sa.

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