Sarajevo safari, la caccia all'uomo dei cecchini del weekend

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La notizia, di un'atrocità che pare confinata in un repertorio di orrori storici ormai archiviati, riemerge con la forza di una verità troppo a lungo taciuta. Ferire civili inermi, per poi mirare deliberatamente ai soccorritori che accorrevano, costituiva una pratica sistematica; l'uccisione di un bambino, come rivelano le testimonianze, veniva persino pagata di più, secondo un tariffario macabro che trasformava la vita umana in un trofeo. È questo il racconto dell'orrore che la procura di Milano sta cercando di ricostruire, prendendo in esame l'esposto presentato dallo scrittore milanese Ezio Gavazzeni, il quale ha denunciato la presenza di "turisti cecchini", ricchi stranieri che avrebbero pagato per visitare i cecchini dell’esercito serbo-bosniaco e sparare sulla popolazione assediata.

Il documentario che ha rotto il silenzio

La definizione "Sarajevo Safari", che dà il nome all'inchiesta, proviene dal documentario del regista sloveno Miran Zupanic, il quale, già tre anni fa, aveva portato alla luce questa nefandezza che supera i limiti dell'umano. Il quadro che ne emerge è quello di un viaggio dell'orrore organizzato, dove individui facoltosi, tra cui si contano anche cittadini italiani, partivano da Trieste nel fine settimana per fare ritorno la domenica, dopo essersi uniti alle postazioni dei cecchini. Gente con una reputazione da mantenere, spesso imprenditori o appassionati di armi, che disponeva dei contatti giusti e del denaro necessario per vivere quella che, ai loro occhi, doveva apparire come una caccia estrema.

La speranza di giustizia a trent'anni di distanza

"Non è mai troppo tardi per la giustizia", è il commento che circola tra coloro che, a Sarajevo, attendono gli sviluppi delle indagini. Mensura Burridge, attivista e giornalista, che ai bambini cresciuti durante l'assedio ha dedicato un libro, osserva come ora "questi cacciatori di uomini assassini si siano trasformati in prede". Una speranza, la sua, che si alimenta del lavoro delle procure e della persistenza della memoria, nonostante il tempo trascorso; un sentimento condiviso da molti di coloro che hanno vissuto sulla propria pelle il terrore di quegli anni, quando la città era trasformata in un gigantesco campo di tiro.

La macabra quotidianità della guerra

Quella dei "cecchini del weekend" non era un'azione sporadica, bensì un'attività inserita in un sistema più ampio di crudeltà istituzionalizzata. I facilitatori, operanti tra Italia e Serbia, organizzavano tutto, trasformando il sniper in una attrazione turistica per pochi, ricchi e deviati. Il giornalista Riva, confermando la veridicità di queste ricostruzioni, ha parlato esplicitamente di un "tariffario" mantenuto dai serbo-bosniaci, una lista di prezzi per ogni vita spezzata, che rendeva l'omicidio un servizio prenotabile. Una normalizzazione del male, che permetteva a questi individui di tornare alle loro esistenze rispettabili, come se nulla fosse accaduto, mentre la città di Sarajevo continuava a sanguinare.

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