Il primo indagato per i "cecchini del weekend": un 80enne friulano accusato di caccia all'uomo a Sarajevo
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Redazione Interno
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Un ottantenne veneto, ex metalmeccanico e autotrasportatore residente in provincia di Pordenone, è formalmente indagato per omicidio dalla procura di Milano. L'accusa, che si regge su un complesso dossier di intercettazioni e dichiarazioni testimoniali, è di aver fatto parte di quei cosiddetti "cecchini del weekend", italiani che tra il 1992 e il 1995 si sarebbero recati in Bosnia, pagando per sparare sui civili inermi di Sarajevo dalle postazioni serbo-bosniache. L'uomo, stando a quanto ricostruito dagli investigatori, si sarebbe ripetutamente vantato in ambienti di estrema destra e con conoscenti, utilizzando un linguaggio crudo e da caccia grossa, di quelle esperienze trascorse a colpire deliberatamente persone.
Il gergo della "caccia" e i racconti nelle osterie
Nel lessico di quel mondo distorto, come emerso dalle indagini coordinate dal procuratore Marcello Viola, i bersagli umani venivano sprezzantemente definiti "cervi", in una sinistra metafora che trasformava l'omicidio in attività venatoria. L'ottantenne, noto in quegli ambienti come l'"arciere friulano", avrebbe narrato senza remore, in particolare in un'osteria di San Vito al Tagliamento, di essere andato "a fare la caccia all'uomo". Queste dichiarazioni, che gli inquirenti valutano come confessioni sostanziali, hanno fornito il primo solido filo per dipanare una matassa intricata e rimasta per decenni nell'ombra, aprendo la strada all'identificazione di altri presunti volontari dello sterminio per diletto.
Un'inchiesta nata da un'intuizione letteraria
L'indagine, che rischia oggi di riscrivere una pagina atroce e poco esplorata del coinvolgimento italiano nel conflitto balcanico, ha avuto un'origine culturale. È scaturita infatti dalla tenace ricerca di uno scrittore, la cui intuizione sul fenomeno dei civili paganti in cerca di emozioni estreme ha condotto gli investigatori su una pista concreta. Si stima che almeno duecento italiani, provenienti soprattutto dal Triveneto, dalla Lombardia e dal Piemonte, possano aver preso parte a queste spedizioni omicide durante i quarantaquattro mesi dell'assedio, che costò la vita a undicimila persone, tra le quali più di milleseicento bambini. L'ottantenne friulano rappresenta il primo nome di una lista potenziale che ne includerebbe almeno altri cinque o sei, tutti ancora in vita.
La macchina investigativa e il contesto dell'assedio
La macchina giudiziaria milanese sta ora lavorando per corroborare le dichiarazioni dell'indagato con riscontri oggettivi e per ricostruire le dinamiche logistiche di quei viaggi della morte. L'obiettivo è accertare, nei limiti del possibile dopo trent'anni, episodi specifici e il reale livello di organizzazione di quel turismo sanguinario. Il quadro che emerge descrive individui che approfittarono del caos bellico e della disperazione di una città stretta nella morsa dell'assedio, senza acqua né luce, per trasformarla in un poligono di tiro a cielo aperto, dove l'impunità sembrava totale e il valore della vita umano era stato cancellato.




