Indagato per i "cecchini del weekend", le stragi a Sarajevo e i ricordi del camionista
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Redazione Interno
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La memoria della guerra, quella più buia e insensata, a volte riaffiora attraverso le parole dette a bassa voce, in quelle conversazioni che si credono private e che invece diventano prove. È accaduto in Friuli, dove un uomo di ottant'anni, un ex autotrasportatore che ha passato la vita su strada, si è ora trovato notificato un invito a comparire dalla Procura di Milano. L'accusa, che dovrà essere confermata o meno in sede processuale, è gravissima: omicidio volontario continuato e aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti e futili, un capo d'imputazione che evoca una violenza premeditata e spietata. L'inchiesta, coordinata dal pm Alessandro Gobbis e condotta dal Ros dei Carabinieri, riguarda uno dei capitoli più cupi dell'assedio di Sarajevo: la storia dei cosiddetti "cecchini del weekend", individui che – secondo l'ipotesi investigativa – non facevano parte delle forze regolari ma si recavano nella città assediata, pagando per avere l'opportunità di sparare sui civili.
L'ombra lunga dei conflitti balcanici
Quella che sembrava una pagina di storia chiusa, con le sue ferite ancora aperte ma consegnate ai tribunali internazionali, torna a mostrare un dettaglio inquietante. Tra il 1992 e il 1995, Sarajevo visse sotto un assedio durissimo, durante il quale i suoi abitanti erano bersagli facili per i tiratori appostati. In questo quadro già di per sé disumano, si inserirebbe la macabra attività di chi, provenendo dall'estero, considerava quelle strade un terreno di caccia. Non si trattava, stando a quanto emerge dalle indagini, di soldati ma di persone comuni, spinte da un desiderio di violenza fine a se stessa, che trovavano in quel caos bellico lo spazio per tradurla in realtà. L'ottantenne friulano, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe fatto più di un viaggio verso la Bosnia, inserendosi in un giro organizzato che permetteva queste spedizioni mortali.
Le dichiarazioni che hanno riaperto il caso
Ciò che ha riportato alla luce vicende sepolte da quasi trent'anni sono state, come spesso accade, delle confidenze trasformatesi in testimonianze. L'uomo, infatti, avrebbe parlato apertamente con alcuni conoscenti delle sue esperienze durante il conflitto balcanico, descrivendo particolari che non potevano passare inosservati. Nelle sue parole, raccolte e poi verificate dagli uomini del Ros, non trapelava rimorso ma, al contrario, una sorta di compiaciuto vanto per ciò che aveva fatto, una rievocazione di gesti che definiva una "caccia all'uomo". Questi racconti, che si riferivano esplicitamente all'uccisione di donne, anziani e bambini, hanno fornito agli inquirenti il filo da tirare per ricostruire la sua posizione e i suoi movimenti in quegli anni tragici, portando all'emissione dell'invito a comparire per l'interrogatorio di garanzia.
Il lavoro della Procura di Milano
L'attenzione della Procura di Milano, guidata dal procuratore capo Marcello Viola, su crimini di guerra commessi fuori dai confini nazionali non è nuova e si basa su un principio giuridico fondamentale: la giurisdizione universale per i crimini più efferati. Il pm Gobbis, che segue il fascicolo, coordina un'indagine complessa che deve affrontare la sfida del tempo passato, della raccolta di prove a distanza di decenni e della ricostruzione di dinamiche che si svolgevano in un contesto di guerra totale. L'interrogatorio dell'ottantenne, fissato per lunedì prossimo, rappresenterà un momento cruciale per confrontare le dichiarazioni attribuitegli con gli elementi già in mano agli investigatori, in un procedimento che cerca di dare un nome e un volto a quelle ombre che, dai colli intorno a Sarajevo, decidevano della vita e della morte di innocenti.




