Un uomo di 80 anni nega ogni accusa: "Mai stato a Sarajevo, non ho sparato a nessuno"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un silenzio che dura da trent'anni, rotto dalle dichiarazioni di una collega che oggi ricorda le scioccanti confidenze udite allora, ha portato i magistrati milanesi a iscrivere nel registro degli indagati un ottantenne della provincia di Pordenone, accusato di essere uno dei cosiddetti "cecchini del weekend". L'inchiesta, che si muove su un terreno storico e giudiziario di estrema delicatezza, ruota intorno a episodi di inaudita violenza che hanno segnato l'assedio di Sarajevo, quando alcuni civili, secondo l'accusa, divennero il bersaglio di chi, proveniente dall'estero, pagava per compiere quello che è stato definito un "safari umano". L'uomo, un ex camionista di nome Giuseppe Vegnaduzzo, è stato interrogato dai procuratori Alessandro Gobbis e Marcello Viola, rispondendo per oltre un'ora a domande precise su viaggi, armi e presenze in Bosnia durante il conflitto.

L'interrogatorio in procura: una sequela di dinieghi

Davanti ai magistrati, l'ottantenne ha opposto un netto e categorico rifiuto a ogni addebito, confutando punto per punto le ricostruzioni degli inquirenti. "No", "non è vero", "è falso": sono state queste, secondo quanto si apprende, le parole più ricorrenti nel corso del faccia a faccia in cui l'uomo, assistito dall'avvocato Giovanni Menegon, ha respinto l'ipotesi di aver mai partecipato a simili azioni. Ha negato con fermezza non solo le accuse specifiche, ma persino di essersi mai recato in Bosnia durante quel periodo bellico, sostenendo quindi di non aver mai messo piede a Sarajevo. Quanto alla passione per le armi, spesso collegata a questo tipo di indagini, l'uomo ha ammesso soltanto un interesse per la caccia, circoscrivendo la propria dimestichezza con i fucili all'ambito venatorio e sportivo, ben lontano quindi dalle tragiche dinamiche di guerra.

La pista investigativa: dalle confidenze ai viaggi sospetti

L'origine dell'indagine, che ha condotto all'interrogatorio di ieri, affonda le radici in una testimonianza raccolta dai pm milanesi, la quale riferisce di una conversazione risalente a circa quindici anni fa. Una donna avrebbe infatti dichiarato che un suo collega, all'epoca, le rivelò di conoscere un camionista di San Vito al Tagliamento il quale, senza mostrare alcun rimorso, si sarebbe vantato di aver sparato "vigliaccamente" su cittadini inermi durante l'assedio bosniaco. Questo racconto, rimasto a lungo inascoltato, ha dato il via a una serie di verifiche che hanno portato gli investigatori a concentrarsi sulla figura di Vegnaduzzo. Parallelamente, gli accertamenti si stanno focalizzando su una pista che riguarda alcuni viaggi, i quali sarebbero stati interrotti o monitorati dai servizi segreti dell'epoca, un elemento che aggiunge un ulteriore livello di complessità alle indagini in corso.

Il quadro giudiziario e i futuri sviluppi delle indagini

La posizione giuridica dell'ottantenne è attualmente quella di indagato per il reato di omicidio volontario continuato, aggravato dalla presunta abiettezza dei motivi, un'accusa gravissima che presuppone una condotta seriale e deliberata. I pubblici ministeri, nel corso dell'interrogatorio, hanno dunque sottoposto all'uomo le precise contestazioni, basate sulle risultanze investigative finora acquisite, ricevendone però un totale diniego. Oltre a questo filone principale, l'inchiesta procede su binari paralleli, con verifiche che si estendono ad altre cinque persone, il cui ruolo e le cui eventuali responsabilità sono al vaglio degli inquirenti. Il lavoro della procura milanese, che deve districarsi tra ricordi sbiaditi, possibili testimonianze indirette e documenti d'archivio, prosegue ora per accertare la fondatezza delle accuse e ricostruire una verità giudiziaria su eventi così lontani nel tempo ma ancora carichi di un profondo dolore.

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