Milano, interrogato il presunto cecchino di Sarajevo: «Nessun safari umano, mai stato in Bosnia»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Davanti ai magistrati milanesi, che lo hanno iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario continuato aggravato da motivi abietti, l’ottantenne ha opposto una serie netta di dinieghi. Le sue risposte, durante il colloquio di poco più di un’ora, sono state una sequela di “no”, di “non è vero” e di “è falso” alle accuse pesantissime che lo riguardano. L’inchiesta, che muove i suoi passi da una dichiarazione resa da una donna, si basa sulla testimonianza di questa, la quale ha riferito che un collega, quindici anni fa, le avrebbe confidato l’esistenza di un camionista di San Vito al Tagliamento che si vantava apertamente di aver sparato, in modo vigliacco, su cittadini inermi durante l’assedio di Sarajevo. Il periodo di riferimento, per quei fatti che hanno insanguinato la capitale bosniaca, è compreso tra il 1992 e il 1995, anni segnati da una violenza crudele e sistematica.

Le accuse dei colleghi e l'arrivo in procura

L’uomo, giunto in procura con il volto protetto da una mascherina e il cappello calato sugli occhi per sfuggire alle telecamere, ha respinto con forza anche l’esistenza dei due ex colleghi che, secondo le accuse formulate dai pubblici ministeri, avrebbero puntato il dito contro di lui. Queste persone, le cui dichiarazioni alimentano il filone investigativo, sostengono che il pensionato si sarebbe vantato di aver partecipato a quelle che definivano, con un’espressione sinistra e disumana, delle battute di “caccia all’uomo”. Il quadro che ne emerge, per quanto ancora da dimostrare in sede processuale, disegna l’ipotesi dei cosiddetti “cecchini del weekend”, individui che avrebbero pagato per prendere parte a quelle che sono state descritte, in altri contesti, come vere e proprie cacce a pagamento ai danni di bambini, donne e anziani, trasformando la città assediata in un tragico terreno per safari della morte.

Le difese e la pista dei viaggi

La sua posizione, definita di estraneità assoluta ai fatti, si regge sulla negazione di ogni elemento concreto: non solo l’aver mai sparato sui civili, ma anche il semplice essere stato in Bosnia nel corso degli anni Novanta. “Sono solo un appassionato di caccia”, avrebbe dichiarato l’ottantenne, cercando forse di distogliere l’attenzione dalle imputazioni che lo vorrebbero invece coinvolto in una caccia di ben altra natura. Gli investigatori, però, non si fermano alle sue parole e stanno seguendo con attenzione la pista dei viaggi, alcuni dei quali sarebbero stati interrotti o monitorati dai servizi segreti, un dettaglio che aggiunge complessità a un caso già di per sé intricato e che spinge le indagini a cercare riscontri oggettivi per quelle che, al momento, restano testimonianze e ipotesi di lavoro.

L’allargamento delle indagini

L’inchiesta procede, del resto, su un binario più ampio di quello che vede coinvolto il solo pensionato friulano. I pubblici ministeri, coordinando il lavoro delle forze dell’ordine, stanno conducendo verifiche approfondite su altre cinque persone, il che lascia intendere come il filone dei presunti cecchini italiani a Sarajevo possa non esaurirsi con un solo nome. Si tratta di accertamenti delicati, che attingono a memorie ormai lontane e che devono fare i conti con la difficoltà di ricostruire eventi drammatici occorsi in un teatro di guerra complesso e durante un conflitto che ha lasciato ferite profonde. La magistratura milanese, in questa fase, concentra i suoi sforzi nel raccogliere elementi probatori, incrociando le varie dichiarazioni e cercando di far luce su una pagina oscura che, se confermata, racconterebbe di una partecipazione italiana a crimini di guerra tra i più efferati.

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