Milano, l’interrogatorio dell’80enne sulle stragi di Sarajevo: «Mai stato in Bosnia»
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Redazione Interno
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Cappellino calato sugli occhi e passo, nonostante l’età, sorprendentemente sicuro: così è arrivato a palazzo di giustizia, ignorando il nugolo di cronisti, l’ottantenne finito nel registro degli indagati per una delle pagine più buie della guerra in Bosnia. Dinanzi ai magistrati milanesi, che lo accusano di omicidio volontario continuato aggravato da motivi abietti, l’uomo – un ex camionista di San Vito al Tagliamento – ha opposto un muro di silenzi e dinieghi, i quali, come spesso accade in simili vicende, non fanno che alimentare il peso delle domande che rimangono aperte. La sua difesa, peraltro, si è articolata su due fronti apparentemente semplici: la negazione assoluta di qualsiasi coinvolgimento e il fermo rifiuto di aver mai messo piede, negli anni Novanta, in una Sarajevo stretta dall’assedio più lungo della storia moderna.
Un muro di "no" di fronte alle accuse dei pm
Per oltre un’ora, assistito dal legale, ha risposto «no», «non è vero», «è falso» al sostituto procuratore Alessandro Gobbis e al procuratore Marcello Viola, i quali devono valutare la credibilità di una testimonianza giunta quindici anni dopo i presunti fatti. Una donna, infatti, ha riferito che un suo ex collega le avrebbe confidato l’esistenza di un camionista del pordenonese che, senza alcun ritegno, si vantava di aver sparato “vigliaccamente” su cittadini inermi durante quel conflitto. Dichiarazioni, queste, che – se confermate – dipingerebbero un quadro agghiacciante, quello dei cosiddetti “cecchini del weekend”, ossia di individui che, pagando, si recavano nell’area di guerra per compiere quelle che sono state bollate, in gergo, come vere e proprie cacce all’uomo. Dinanzi a tale ipotesi, l’indagato ha replicato di essere soltanto un appassionato di caccia, circostanza che, com’è ovvio, i magistrati dovranno approfondire nel merito e nelle eventuali connessioni.
La complessa pista dei viaggi e il ruolo dei servizi
Al di là delle nette smentite dell’uomo, che ha categoricamente escluso sia il cosiddetto “safari umano” sia la sua presenza in Bosnia, l’inchiesta non si fonda su una sola testimonianza indiretta. Gli investigatori, infatti, stanno seguendo con particolare attenzione un altro filone, che riguarda una serie di viaggi interrotti o segnalati dai servizi di intelligence dell’epoca; spostamenti sospetti, questi, che potrebbero gettare una luce diversa sulle movenze e sulle possibilità concrete di un coinvolgimento transnazionale in quelle atrocità. È una pista che richiede un lavoro meticoloso di incrocio tra documenti d’archivio, vecchie segnalazioni e la ricostruzione dei percorsi professionali e personali del soggetto, il quale, per il suo mestiere, era abituato a varcare confini.
Le verifiche si allargano ad altri cinque soggetti
Il procedimento giudiziario, del resto, non si concentra esclusivamente su di lui. Fonti investigative riferiscono di verifiche in corso su altre cinque persone, il che lascia intendere come gli strali della Procura di Milano puntino a ricostruire una rete potenziale, per quanto frammentaria e forse non organizzata, di individui che potrebbero aver preso parte a quegli episidi. Un’indagine, questa, che muove i passi in un terreno giudiziario e storico estremamente accidentato, dove la distanza temporale rischia di offuscare le prove ma, al contempo, l’orrore dei fatti – il bersagliare civili da posizioni nascoste – mantiene intatta la sua carica di barbarie. Il lavoro dei magistrati, ora, proseguirà nel silenzio delle stanze degli atti, confrontando ogni elemento emerso con le rigide negazioni di chi si è presentato a quell’interrogatorio protetto da una mascherina nera.




