Sarajevo, i safari della morte e l'inchiesta che non si arrende
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Redazione Interno
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La crudeltà, che talvolta sembra confinata nelle pagine più buie della storia, riemerge con la sua carica di orrore quando si parla dei cosiddetti “safari della morte” di Sarajevo. Roberto Papetti, direttore del Gazzettino, definendo la vicenda «orribile», ha sottolineato come essa ci costringa a un doloroso, ma necessario, esercizio della memoria; un monito affinché l'indifferenza non offuschi il ricordo di quanto accaduto durante l'assedio della città, quando la disumanità toccò vili apici. A tanto, infatti, erano arrivati l'ignoranza e il livore da spingere individui, secondo le ricostruzioni, a pagare ingenti somme di denaro pur di trasformare la sofferenza altrui in un macabro divertimento, colpendo deliberatamente civili inermi.
Il peso delle testimonianze e degli atti giudiziari
La macchina della giustizia, seppur a fatica, ha ripreso a muoversi grazie a un consistente esposto presentato alla Procura di Milano, il quale ha portato all'apertura di un'inchiesta per omicidio plurimo aggravato. L'autore della denuncia, lo scrittore Ezio Gavazzeni, ha consegnato agli investigatori una mole significativa di documenti; da essi, peraltro, emerge come la voglia di evadere dalla noia e la percezione di una sostanziale impunità possano aver costituito, per alcuni, un movente sufficiente a partecipare a quello che è stato descritto come un orrendo tiro al bersaglio. Si delinea, in controluce, un quadro in cui la sicurezza di farla franca si mescolava a un turpissimo desiderio di adrenalina.
Le dichiarazioni che hanno squarciato il velo
Già molti anni prima che l'inchiesta italiana prendesse corpo, testimonianze dirette avevano iniziato a descrivere la presenza di figure sospette nelle zone del conflitto. Un pompiere americano, per esempio, dichiarò di aver osservato, in più di un'occasione, persone che – per l'abbigliamento, le armi che impugnavano e il modo in cui venivano accompagnati da guide locali – non apparivano affatto appartenere al contesto. Altri membri del suo stesso personale, del resto, riportarono avvistamenti analoghi, contribuendo a formare un mosaico di segnalazioni che oggi acquisiscono un diverso, e più grave, significato alla luce delle recenti indagini.
La reazione istituzionale e la ricerca della verità
Anche dalle istituzioni bosniache è giunta una ferma reazione, con l'allora sindaca di Sarajevo che ha sentito l'obbligo, non solo istituzionale ma profondamente umano, di agire presentando una denuncia penale contro ignoti per l'uccisione di numerosi concittadini. Il suo gesto, che si inserisce in un percorso di attivismo civile, rappresenta un tassello cruciale nella lunga e complessa battaglia per attribuire un nome e un volto a quelle che, altrimenti, rischierebbero di rimanere soltanto delle ombre; ricchi e potenti, secondo la sua accusa, avrebbero trasformato un hobby aberrante in un orrore concreto, calpestando ogni principio di umanità.




