Sarajevo Safari, il turismo dei cecchini che insanguinò l'assedio
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Redazione Interno
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Tra il 1992 e il 1995, mentre Sarajevo era stretta nella morsa di un assedio che avrebbe segnato la storia europea contemporanea, sulle colline che circondano la città si consumava un commercio oscuro, una deviazione mostruosa della violenza bellica che trasformava la sofferenza di una popolazione in un intrattenimento per pochi, facoltosi individui. Un fenomeno, noto come "Sarajevo Safari", che vedeva, secondo le ricostruzioni, uomini provenienti da diversi paesi, tra cui l'Italia, pagare ingenti somme per sperimentare l'ebbrezza criminale di sparare sui civili inermi. Questi "turisti del terrore", come sono stati definiti, agivano con la piena complicità delle milizie serbo-bosniache, le quali, a quanto emerge, avrebbero organizzato veri e propri pacchetti, una sorta di tariffario dell'orrore che stabiliva il prezzo per ogni singola vita.
L'inchiesta della procura di Milano
A riportare alla luce, dopo tre decenni, questa pagina atroce è stato l'esposto presentato alla procura di Milano dal giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni, il quale ha consegnato agli investigatori documenti e testimonianze che hanno portato all'apertura di un'inchiesta. L'obiettivo delle indagini, coordinate dalla procura milanese, è quello di identificare i cittadini italiani che presero parte a quelle spedizioni mortali, acquistando per cifre che si aggiravano tra i cento e i duecentomila euro il "diritto" di utilizzare un fucile di precisione. Le accuse, di conseguenza, vertono su ipotesi di concorso in crimini di guerra, un capitolo giudiziario che prova a fare i conti con una verità a lungo taciuta. Le rivelazioni includono un dettaglio agghiacciante: esisterebbe infatti una tariffa specifica, più elevata, per coloro i quali intendevano prendere di mira deliberatamente dei bambini.
Le voci e le testimonianze durante l'assedio
Già durante i giorni più bui dell'assedio, tra la popolazione stremata di Sarajevo e tra i pochi giornalisti presenti in città, circolavano voci insistenti su questi cecchini occasionali, descritti come individui ben vestiti che apparivano e scomparivano dalle linee di tiro senza far parte delle unità militari regolari. Testimoni dell'epoca, le cui parole tornano oggi con un peso specifico, raccontano di come questi tiratori sembrassero prediligere, in una caccia disumana, i bersagli più vulnerabili: donne, anziani e, appunto, minori. Si trattava di un segreto di Pulcinella, un orrore conosciuto ma difficile da documentare in un contesto dove la priorità era semplicemente quella di sopravvivere al prossimo colpo, proveniente da un soldato o da un ricco dilettante in cerca di brividi.
Il contesto e la complicità delle milizie
L'organizzazione di questi "safari della morte" presupponeva una struttura logistica e una complicità radicata all'interno delle forze che assediavano la città bosniaca. Le milizie serbo-bosniache, che controllavano strategicamente le alture, non solo fornivano le armi e i punti di appostamento, ma gestivano anche l'intera operazione come un business, stabilendo i contatti, negoziando i pagamenti e garantendo la sicurezza dei loro clienti. Questo mercato della morte fioriva in un'epoca in cui le istituzioni internazionali discutevano teoricamente di pace e di interventi umanitari, mentre sul campo, a poche centinaia di chilometri dai confini dell'Unione Europea, si permetteva e si incentivava l'indicibile. La vicenda, nel suo insieme, rappresenta una delle pagine più buie e moralmente complesse del conflitto, dove la linea che separa il combattente dal criminale comune si è del tutto dissolta.




