Cecchini di Sarajevo, l’ottantenne di Pordenone attende i magistrati: “Nella vita ne ho passate tante”
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Redazione Interno
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Una porta chiusa, una telecamera che indugia su un citofono muto nella strada di provincia battuta dal vento: a San Vito al Tagliamento, davanti alla casa dell’ottantenne ex camionista, da ore si alternano cronisti e troupe in attesa di un segno, di una parola. L’uomo, secondo le carte che i magistrati di Milano hanno iniziato a scrivere, avrebbe raccontato in passato di quelle che definiva “cacce all’uomo” sulle colline che stringevano Sarajevo durante il lungo assedio, un periodo in cui, stando a un esposto depositato tempo fa, alcuni “turisti cecchini” avrebbero raggiunto la capitale bosniaca per sparare, a pagamento, sulla popolazione inerme. Lunedì 9 febbraio 2026, quell’anziano, Giuseppe Vegnaduzzo, siederà davanti ai sostituti procuratori per l’interrogatorio di garanzia: è il primo indagato in Italia nell’inchiesta che cerca di far luce sui presunti “cecchini del weekend”, una definizione che evoca una ferocia calcolata e un turpitudine senza confini.
Le dichiarazioni a caldo e la posizione dell’indagato
“Mi sento tranquillo. Nella vita ne ho passate tante”, ha detto Vegnaduzzo, raggiunto telefonicamente dall’ANSA, poche ore prima di affrontare il viaggio verso il capoluogo lombardo. L’uomo, che non si avvarrà della facoltà di non rispondere, ha ribadito la sua versione dei fatti, già anticipata in ambienti giornalistici: ammette di essere stato in Bosnia-Erzegovina durante il conflitto, ma solo ed esclusivamente per motivi di lavoro, legati alla sua attività di autotrasportatore. “Si sgonfierà tutto”, ha aggiunto, mostrando una certa disinvoltura nonostante il peso delle accuse che pendono sul suo capo, quelle di omicidio volontario continuato e aggravato da motivi abietti e futili, una contestazione che trae origine proprio da quelle presunte confessioni sul passato.
Il tassello contraddittorio della vicenda lavorativa
A complicare il quadro, rendendolo più intricato proprio alla vigilia dell’audizione in Procura, è arrivata però una smentita secca. Quello che, negli anni Novanta, era il datore di lavoro di Vegnaduzzo per una nota ditta locale, ha infatti parlato in modo chiaro: “Assolutamente no, non lavoravamo lì in quegli anni”, ha dichiarato, tagliando corto sulla possibilità che l’ex camionista avesse compiuto trasferte in Bosnia per conto dell’azienda durante il periodo bellico. Questa dichiarazione, che getta un’ombra sulle giustificazioni addotte dall’ottantenne, costituisce un nuovo e significativo tassello investigativo, uno di quelli che i magistrati dovranno incastrare con le altre prove e testimonianze raccolte nel corso di un’indagine, partita da lontano, che cerca di ricostruire fatti di una crudeltà inaudita.
L’inchiesta e il macabro rituale della “caccia”
L’inchiesta, come spesso accade per i crimini di guerra che emergono a distanza di decenni, si muove su un terreno complesso, fatto di ricordi sbiaditi, di presunti racconti in confidenza e della difficoltà di reperire prove materiali per episodi così lontani nel tempo. Il nocciolo delle accuse, però, resta di una gravità assoluta, poiché punta il dito contro una partecipazione attiva e a scopo di lucro, o forse di perverso divertimento, al martirio di una città assediata. Il riferimento a “safari” umani o a “cacce” organizzate nel weekend, mentre la popolazione di Sarajevo viveva nel terrore costante dei colpi di fucile di precisione, delinea uno scenario che, se confermato, rappresenterebbe una delle pagine più aberranti del conflitto nei Balcani, con implicazioni che vanno ben oltre il singolo indagato e che toccano la capacità della giustizia di arrivare alla verità anche quando il tempo sembra aver coperto molte tracce.




