La lunga ombra dei cecchini del weekend a Sarajevo, un ottantenne sotto indagine
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Redazione Interno
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Portano verso Milano, Torino e Trieste, oltre che al centro dell’attenzione di una nuova inchiesta della procura di Roma, le piste che tentano di dare un nome e un volto ai cosiddetti “cecchini del weekend”. Costoro, secondo le ricostruzioni delle autorità internazionali e di numerose testimonianze, tra il 1992 e il 1996 avrebbero preso parte a una pratica di un orrore inaudito, pagando per posizionarsi sulle colline di Grbavica – che dominano la città tagliata in due dal fiume Miljacka – e sparare sui civili inermi di Sarajevo, durante un assedio che, per durata, superò quello di Stalingrado. Una vicenda, questa, che il documentario sloveno “Sarajevo Safari” ha contribuito a portare alla luce del sole, dipingendo un quadro agghiacciante di turisti del brivido omicida, arrivati da varie parti d’Europa, Italia compresa, per trasformare la sofferenza di una popolazione stremata in un macabro gioco al massacro.
Un'indagine che riemerge dal passato
A distanza di trent’anni dalla fine del conflitto, che costò la vita a oltre undicimila civili tra cui più di milleseicento bambini, la giustizia italiana non ha archiviato quelle rivelazioni e ha riaperto un fascicolo, concentrandosi su un particolare filone d’indagine. Al centro delle attenzioni degli investigatori c’è ora un ottantenne, ex autotrasportatore residente in provincia di Pordenone, ufficialmente indagato – a seguito di una complessa attività di raccolta di elementi probatori – per il reato di omicidio volontario continuato e aggravato. L’uomo, la cui identità è protetta dalle norme sul segreto istruttorio, è atteso per un interrogatorio che rappresenta un nuovo, significativo passo nelle indagini su fatti la cui efferatezza sembrava, per molti, aver oltrepassato ogni immaginabile confine della crudeltà umana.
Il quadro delle accuse e lo sgomento nel paese
Le accuse, che si basano su dichiarazioni e riscontri raccolti nel tempo, dipingono la figura di chi, come riportato da alcune fonti giornalistiche, “si vantava di fare la caccia all’uomo”. Una definizione che, se confermata, racchiude tutta la disumana leggerezza con cui veniva affrontato lo sterminio di innocenti, ridotti a prede in una battuta di caccia senza alcuna giustificazione bellica o strategica. Nel paese dove l’indagato ha sempre vissuto, la notizia delle indagini ha generato un profondo sgomento, mescolato a incredulità, come emerso dalle rare e caute reazioni di alcuni conoscenti interpellati, i quali faticano a conciliare l’immagine del vicino con le terribili imputazioni che aleggiano sul suo passato.
Il percorso giudiziario e la sfida della memoria
Il lavoro della magistratura, che si muove su un terreno storico e giudiziario estremamente complesso a causa della distanza temporale e della frammentarietà di alcune prove, mira a stabilire responsabilità individuali in un capitolo di storia che sembrava consegnato solo alla memoria collettiva del dolore. L’inchiesta, pertanto, non si limita a riesaminare eventi già noti, ma tenta di tracciare connessioni precise tra gesti omicidi e coloro che li avrebbero materialmente compiuti per diletto, cercando di colmare quel vuoto di giustizia che ancora persiste per molte delle vittime di Sarajevo. Un’operazione difficile, la cui posta in gioco va ben oltre il singolo procedimento penale, toccando le corde della storia europea e della sua capacità di fare i conti con gli abissi più oscuri aperti dai conflitti degli anni Novanta.




