Un ottantenne di Pordenone indagato per i "cecchini del weekend" a Sarajevo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dal quadro investigativo, del quale si cominciano a intravedere i contorni, affiora il profilo di un soggetto politicamente connotato, un vecchio neofascista la cui passione per le armi – elemento che gli inquirenti stanno scandagliando – pare abbia trovato uno sbocco efferato nei tragici anni Novanta. Quel che colpisce, in queste indagini che riportano alla luce una pagina orrenda e poco conosciuta del conflitto, è il lessico utilizzato dai presunti carnefici, i quali, stando a quanto ricostruito, si riconoscevano tra loro con soprannomi come l’“arciere friulano” e definivano le loro vittime, donne, anziani e bambini, semplicemente “cervi”. Una terminologia che, tradotta nel gergo della “caccia all’uomo”, rivela una spersonalizzazione totale della sofferenza altrui, ridotta a puro diletto sportivo o a macabro passatempo.

La svolta nelle indagini, come spesso accade in casi di sucha complessità e lontananza temporale, è giunta dalla voce di una testimone, una donna le cui dichiarazioni – raccolte e fatte emergere dalla giornalista Marianna Maiorino – hanno fornito agli investigatori il bandolo di una matassa che sembrava irrimediabilmente ingarbugliata. Quel filo, tirato con pazienza, ha condotto fino al Friuli Venezia Giulia, consegnando alla magistratura il nome di un uomo che, per decenni, avrebbe condotto un’esistenza ordinaria dopo aver preso parte a fatti straordinari per crudeltà. “Siamo di fronte a un nuovo filone, ugualmente e fors’anche più agghiacciante del precedente”, ha commentato la stessa Maiorino, sottolineando come i presunti responsabili di tali efferati gesti potessero essere, in apparenza, dei comuni “vicini di casa”.

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