Cecchini a Sarajevo, l’ottantenne indagato: «Ero lì per lavoro. Non ho paura»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Mi sento tranquillo. Nella vita ne ho passate tante». Con questa frase, asciutta e quasi dimessa, Giuseppe Vegnaduzzo, ottant’anni, di San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, commenta la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati presso la Procura di Milano. La posizione, che riguarda il reato di omicidio volontario continuato e aggravato da motivi abietti, si inserisce in un’inchiesta avviata diversi mesi fa sulla base di un esposto, il quale ipotizzava l’esistenza, durante il lungo e feroce assedio di Sarajevo, di cosiddetti "turisti cecchini". Queste figure, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbero raggiunto la capitale bosniaca – all’epoca stretta nella morsa del conflitto e dei bombardamenti – con l’unico scopo di compiere, dietro compenso, azioni di fuoco mirato contro i civili, trasformando quella tragedia in una sorta di macabro safari di guerra.

L’inchiesta sui "safari" bellici

L’esposto che ha dato il via alle indagini, ora affidate ai magistrati milanesi, descriveva un quadro inquietante, dove la linea di confine tra la brutalità della guerra e un cinismo criminale si faceva evanescente. Si parlava, appunto, di individui – per lo più provenienti dall’estero, e dunque estranei alle dinamiche del conflitto balcanico – che si sarebbero recati a Sarajevo per brevi periodi, spesso nel fine settimana, con l’intenzione di sparare a pagamento su chiunque si muovesse per le strade, colpendo indifferentemente uomini, donne e bambini. Una ricostruzione, questa, che se confermata, aggiungerebbe un tassello di orrore inaudito a una pagina storica già segnata da crimini contro l’umanità. La Procura di Milano, acquisito il materiale, ha quindi avviato accertamenti approfonditi, concentrandosi in particolare su possibili collegamenti con cittadini italiani, fino a giungere all’identificazione del pensionato friulano.

La posizione dell’anziano indagato

Vegnaduzzo, raggiunto telefonicamente da alcuni organi di stampa locale, ha fornito una prima versione dei fatti, in attesa del suo interrogatorio formale davanti ai magistrati. L’uomo, che nella vita ha svolto la professione di camionista, non ha negato la sua presenza in Bosnia Erzegovina durante gli anni del conflitto. Ha tuttavia fornito una spiegazione del tutto diversa da quella prospettata dagli investigatori, sostenendo di essersi recato in quell’area esclusivamente «per lavoro», legato quindi alle sue mansioni di autotrasportatore. Pur ammettendo di essere al corrente della gravità delle accuse, l’ottantenne ha mantenuto un atteggiamento distaccato, quasi fatalista, affermando di non essere preoccupato e di confidare in un rapido chiarimento della sua posizione. «Si sgonfierà tutto», ha dichiarato con una certa sicurezza, lasciando intendere di considerare l’intera vicenda come un equivoco destinato a risolversi.

Il percorso giudiziario in corso

L’inchiesta, che procede nel massimo riserbo come impongono le indagini di tale delicatezza, dovrà ora affrontare la fase della verifica processuale delle dichiarazioni dell’indagato, incrociandole con ogni altro elemento probatorio in possesso della Procura. I magistrati, i quali hanno già fissato la data per il suo interrogatorio, dovranno valutare attentamente la compatibilità cronologica e logica tra l’attività lavorativa dichiarata da Vegnaduzzo e le terribili dinamiche descritte nell’esposto. L’uomo, stando a quanto riferito, non intende avvalersi della facoltà di non rispondere, scelta che lo porterà a confrontarsi direttamente con i capi d’imputazione. Il compito degli inquirenti sarà dunque quello di ricostruire, a distanza di tre decenni, movimenti, contatti e attività precise di un cittadino italiano in un teatro di guerra, cercando di far luce su una delle ipotesi più oscure e crudeli emerse dall’assedio di Sarajevo.

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