Il racconto dell'ottantenne e l'inchiesta sui cecchini italiani a Sarajevo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Le parole, pronunciate con una flemma disarmante durante una riunione a San Vito al Tagliamento, risuonano come una confessione gravida di un orrore che si credeva sepolto dalla polvere del tempo. "Ho fatto la caccia all'uomo", avrebbe detto l'ottantenne ex metalmeccanico e autotrasportatore veneto, parlando di quelle giornate di guerra. Una dichiarazione, raccolta dagli investigatori, che non lascia adito a dubbi sulla consapevolezza e sulla natura gratuita di atti che, oggi, la Procura di Milano contesta come omicidio volontario continuato e aggravato. La vicenda giudiziaria, che prende Corpo da un'intuizione letteraria trasformata in inchiesta, svela un capitolo inquietante e poco noto del conflitto nei Balcani: l'arruolamento, dietro compenso, di cittadini stranieri desiderosi di trasformarsi in tiratori scelti per puro divertimento.

L'assedio infinito e il mercato della morte

Tra il 1992 e il 1995, mentre Sarajevo soffriva un assedio spietato che la privava di luce, acqua e cibo, esponendola a un martellamento quotidiano di artiglieria e colpi di fucile, si sarebbe sviluppato un sinistro mercato della morte. Alcuni di coloro che si posizionavano sulle colline intorno alla città, al sicuro nelle postazioni serbo-bosniache, non erano soldati regolari. Erano piuttosto, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, individui provenienti principalmente dal Nord Italia – dal Triveneto, dal Piemonte, dalla Lombardia – che pagavano per ottenere il permesso di sparare. Lo facevano nel weekend, lontani dalle loro occupazioni quotidiane, trasformando una strage in uno sfogo sanguinario. La loro mira, come dimostrerebbero i rilievi sulle vittime, non era affatto militare: si concentrava su donne, anziani e bambini, colpiti mentre cercavano di attraversare una strada o di raccogliere un po' d'acqua.

Un'indagine che scava nella memoria

Il lavoro del pm Alessandro Gobbis e del Ros, che ha portato all'identificazione del primo indagato, si muove su un terreno fragile e complesso, fatto di ricordi lontani e testimonianze frammentarie. La guerra in Bosnia-Erzegovina è finita da quasi trent'anni, e molte tracce si sono offuscate. Ciononostante, l'inchiesta prosegue nella convinzione che sia possibile far luce su quei fatti, seguendo il filo di quelle dichiarazioni imprudenti e di vecchi contatti. L'ottantenne, che nei prossimi giorni sarà interrogato su invito a comparire, rappresenterebbe soltanto la punta di un iceberg: secondo gli investigatori, gli italiani coinvolti potrebbero essere stati almeno duecento, di cui una mezza dozzina ancora in vita e potenzialmente identificabili. Un numero che, se confermato, darebbe una dimensione più ampia e organizzata a quel turpe fenomeno dei "cecchini del weekend".

Il peso di una possibile verità giudiziaria

La sfida per la magistratura milanese, oltre a quella di raccogliere prove forensi convincenti a distanza di decenni, è anche di carattere giuridico, dovendo applicare il principio di diritto internazionale per cui i crimini di guerra non sono soggetti a prescrizione. Ogni passo in avanti nell'istruttoria getta una luce cruda su una pagina atroce dell'assedio, che costò la vita a migliaia di civili. L'immagine di quegli uomini, che partivano dalle loro case per andare a uccidere a sangue freddo, introduce un elemento di crudeltà premeditata e quasi turistica nella già tragica geografia della guerra. L'inchiesta, senza voler riscrivere la storia complessiva del conflitto, punta a stabilire responsabilità individuali precise, consegnando alla giustizia, e alla memoria collettiva, i contorni di una vicenda che sembrava destinata a rimanere nell'ombra.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.