Un ottantenne sotto inchiesta per i "cecchini del weekend" nell'assedio di Sarajevo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Un uomo di ottant'anni, ex camionista di San Vito al Tagliamento, ha lasciato il tribunale di Milano dopo essere stato interrogato dalla procura, che lo indaga per omicidio volontario continuato e aggravato da motivi abietti. Il suo volto, mentre usciva dal Palazzo di Giustizia, era celato da una mascherina chirurgica nera; egli non ha rilasciato alcuna dichiarazione ai giornalisti, lasciando parlare per lui il proprio legale. L'inchiesta, che ha preso il via da un esposto presentato tempo fa, si sviluppa attorno ad una ricostruzione tanto agghiacciante quanto precisa: durante il tremendo assedio che strangolò Sarajevo negli anni Novanta, dall'Italia sarebbero partiti, a più riprese, dei tiratori scelti per dilettarsi in una caccia all'uomo. Quei "cecchini del weekend", secondo l'accusa, raggiungevano la capitale bosniaca per colpire a pagamento i civili inermi che tentavano di attraversare le strade divenute trappole mortali, trasformando la sofferenza di una popolazione stremata in un macabro diversivo.

Le nette smentite dell'indagato in procura

Davanti ai magistrati milanesi, l'ottantenne ha opposto un netto e categorico diniego a ogni addebito, sostenendo la propria completa estraneità ai fatti contestati. Interrogato per circa novanta minuti, l'uomo – riferiscono fonti investigative – ha replicato con un secco "non è vero" a tutte le domande dei pubblici ministeri, arrivando persino a negare di essersi mai recato a Sarajevo. La sua versione, come riportato dal suo difensore, l'avvocato Giovanni Menegon, è quella di un uomo che si recava in Bosnia-Erzegovina esclusivamente per ragioni professionali legate al suo precedente lavoro, ben lontano quindi dall'orrore di cui è accusato. Una posizione, la sua, che marca una distanza incolmabile rispetto alla ricostruzione dell'accusa, la quale dipinge invece la figura di un individuo che avrebbe viaggiato volontariamente verso un teatro di guerra per prendere parte a efferati episodi di violenza.

Il contesto storico dell'assedio più lungo

Per comprendere la gravità delle accuse, è necessario tornare con la memoria a quel periodo buio, quando Sarajevo visse sotto un assedio durato quasi quattro anni, il più lungo dell'epoca moderna. Le forze serbo-bosniache, opponendosi all'indipendenza della Bosnia dalla Jugoslavia, circondarono completamente la città, sottoponendola a un incessante bombardamento e a una strategia del terrore che aveva nei cecchini uno dei suoi strumenti più crudeli. Viali e ponti, passaggi obbligati per una popolazione alla disperata ricerca di cibo, acqua e medicine, divennero vere e proprie gallerie del tiro a segno, dove chiunque si muovesse poteva essere abbattuto. Le immagini di quei civili colpiti mentre fuggivano, riprese dalle telecamere di tutto il mondo, divennero il simbolo di un conflitto che aveva riportato la guerra in Europa, con una ferocia che sembrava dimenticata.

Il percorso giudiziario e le prove

L'inchiesta della procura di Milano si basa su un esposto dettagliato e su elementi investigativi che i magistrati stanno vagliando con attenzione, incrociando dichiarazioni, eventuali riscontri documentali e prove materiali che possano ricostruire movimenti e presenze in quei terribili frangenti. Il lavoro degli investigatori, in casi del genere, è particolarmente complesso, poiché deve affrontare il passare del tempo e la difficoltà di raccogliere testimonianze in un contesto bellico così caotico e tragico. La difesa, dal canto suo, ribadisce la totale insussistenza delle accuse, preparandosi a un iter giudiziario che dovrà accertare, al di là di ogni ragionevole dubbio, la verità su vicende che hanno segnato indelebilmente la storia recente.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.