I cecchini del weekend a Sarajevo, un nobile milanese e i silenziatori nella casa dell'indagato
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Redazione Interno
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La Procura di Milano, nel quadro dell'inchiesta che vede quattro cittadini italiani indagati a vario titolo per omicidio volontario aggravato, ha compiuto un passo avanti nelle ultime ore, mettendo a segno un sequestro che potrebbe rivelarsi decisivo per le sorti dell'intera vicenda.
Gli inquirenti, con il supporto operativo dei carabinieri del Ros, hanno eseguito una perquisizione approfondita nell'abitazione di un uomo di 64 anni, residente nella zona dell'Alessandrino, che avrebbe fatto parte di quel gruppo di persone, presto ribattezzate dai media come i "cecchini del weekend", le quali, secondo la ricostruzione accusatoria, si sarebbero recate a Sarajevo durante il sanguinoso assedio degli anni Novanta per esercitare un tiro al bersaglio dai contorni agghiaccianti, avendo come bersaglio la popolazione civile inerme, stretta nella morsa delle milizie serbo-bosniache.
Il silenziatore e la svastica, gli indizi trovati in casa
All'interno dell'abitazione del sessantaquattrenne, i militari dell'Arma hanno rinvenuto e prontamente sequestrato una serie di oggetti che, per la loro natura e per il contesto in cui si inseriscono, hanno immediatamente catalizzato l'attenzione degli investigatori. Tra questi, spicca un silenziatore, un dispositivo che, utilizzato su un'arma da fuoco, ne attenua significativamente la detonazione, rendendone più difficoltosa l'identificazione acustica.
A questo si aggiunge una fotografia, definita dagli stessi inquirenti come "significativa", nella quale il soggetto compare ritratto in compagnia di attrezzatura tecnica di precisione, verosimilmente riconducibile al mondo venatorio o del tiro a segno, e del citato silenziatore.
La presenza di questi elementi, all'interno di un contesto domestico che cela già un poligono di tiro privato e un taglierino riportante una svastica incisa, getta una luce sinistra sulla personalità dell'indagato e fornisce, secondo quanto trapela dagli ambienti giudiziari, un riscontro fattuale alle pesanti accuse che gli vengono mosse.
Le parole della ex compagna e la svolta nelle indagini
A contribuire in maniera determinante alla ricostruzione dei fatti e all'orientamento delle indagini, oltre ai reperti materiali, sono state le testimonianze raccolte dalle persone che hanno condiviso la vita privata dell'uomo, in particolare la ex moglie e la ex compagna. Quest'ultima, ascoltata dagli inquirenti, ha rilasciato dichiarazioni di un peso specifico notevole, riferendo di aver udito l'uomo, in un'occasione legata alla loro convivenza, affermare di aver preso parte attiva alle ostilità in Bosnia, specificando di aver sparato contro i musulmani.
Una confessione, se così può essere definita, che si allinea perfettamente con il modus operandi che la Procura contesta al gruppo, quello cioè di aver compiuto una sorta di safari dell'orrore, trasformando la guerra e la sofferenza altrui in un macabro passatempo.
Non va dimenticato, peraltro, che il 64enne, sin dall'avvio dell'inchiesta, ha esercitato il diritto al silenzio, non rispondendo alle domande dei magistrati nel corso degli interrogatori, un atteggiamento che, pur essendo legittimo, ha alimentato ulteriormente il clima di sospetto nei suoi confronti e ha spinto gli investigatori a cercare altre prove.
Il nobile milanese e i racconti tra ex compagni di scuola
I riflettori dell'inchiesta, peraltro, non sono puntati esclusivamente sul pensionato dell'Alessandrino; le attenzioni si concentrano infatti anche su un'altra figura, un nobile milanese discendente di un antico casato, che all'epoca dei fatti, ossia durante l'assedio di Sarajevo, aveva una trentina d'anni e che oggi ne ha più di sessanta. Un soggetto, quest'ultimo, che secondo quanto emerso grazie alle dichiarazioni dello scrittore Ezio Gavazzeni, le cui informazioni sono ora al vaglio degli inquirenti, avrebbe raccontato, a più riprese, di aver partecipato alle ostilità.
Pare che, durante alcune rimpatriate con i suoi vecchi compagni di liceo, in un contesto di convivialità e di ricordi scolastici, si sia lasciato andare a confidenze agghiaccianti, descrivendo la sua esperienza a Sarajevo come un'occasione per andare a sparare, un'attività che i pubblici ministeri considerano parte di quel triste fenomeno dei "cecchini del weekend".
La figura di questo aristocratico, che potrebbe aver agito per un misto di sadismo, noia o fascinazione per la violenza, aggiunge un ulteriore tassello a un mosaico che si sta rivelando estremamente complesso. La sua storia personale, caratterizzata da una passione smodata per le armi e costellata da precedenti problemi con la giustizia, si intreccia ora con le indagini sulla guerra in Bosnia, offrendo agli inquirenti una prospettiva inedita.
La Procura di Milano, attraverso il lavoro certosino dei carabinieri del Ros, sta cercando di ricostruire la rete di relazioni che legava questi individui, il loro modus operandi e le eventuali connessioni con altri soggetti che potrebbero aver preso parte a quelle che vengono ormai definite come spedizioni punitive.
Il sequestro della fotografia e del silenziatore, unito ai racconti delle ex compagne e alle confessioni fatte tra i banchi del liceo, rappresenta la base solida su cui poggiano le accuse di omicidio volontario aggravato, che dovranno ora essere vagliate e approfondite nel corso del processo che verrà.




