I cecchini di Sarajevo, il silenziatore a casa dell'indagato

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Se ne vantava con gli amici, ma di notte il rimorso lo aggrediva in forma di incubo. Nell'inchiesta della Procura di Milano sui «turisti di guerra» partiti dall'Italia verso la Bosnia negli anni Novanta a caccia di prede umane fa irruzione ieri, per la prima volta, una storia concreta. È la storia di Lucio Cavanna, genovese di 65 anni, già iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario, aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti.

Nelle ultime settimane le tracce che portano a Cavanna si sono infittite, poiché alle accuse lanciate contro di lui dalla ex compagna, che in astratto potevano essere dettate anche dal malanimo, se ne sono aggiunte altre, inattaccabili. Così i carabinieri del Ros hanno bussato alla sua casa in provincia di Alessandria, perquisendola da cima a fondo; il bottino non è ricco, ma significativo.

Viene sequestrato un silenziatore per arma da guerra, un attrezzo inutile per altre passioni armate come il tiro a segno o la caccia, e viene trovata una vecchia foto che ritrae un Cavanna di trent'anni fa, in divisa, armato, nella neve. Il pm Alessandro Gobbis sospetta che possa essere la neve di Sarajevo, la città martire della guerra, dove gli abitanti cadevano sotto i colpi dei cecchini serbi ma anche, secondo l'accusa, di questi turisti della morte.

Il racconto della ex compagna e i riscontri

Il racconto di Martina Oddone, la sua ex compagna, è allegato in parte al decreto di perquisizione: «Quando convivevamo, una notte, dopo aver visto un film di guerra mentre dormiva ebbe un incubo e si svegliò di soprassalto (...) poi mi spiegò di avere avuto quegli incubi perché in passato aveva ucciso delle persone, raccontandomi di essere andato in Bosnia a combattere durante la guerra degli anni '90».

Lei ha riferito che lui le disse che partiva da Milano con l'aereo e che con lui c'erano delle persone che facevano il weekend, salvo poi fermarsi per periodi più lunghi per fare il cecchino e sparare ai musulmani. La stessa donna ha anche riferito di aver sentito parlare di silenziatori e di avere visto personalmente una foto di Cavanna in divisa, sulla quale c'erano dei segni che corrispondevano alle persone uccise durante i combattimenti, una sorta di conta.

Fin dall'inizio il pm Gobbis aveva cercato conferme alle parole della donna da altre fonti, insospettabili di rancore verso Cavanna, e le ha trovate: almeno quattro testimoni, che non si conoscono tra di loro e non possono avere concordato le versioni, hanno riferito le confidenze ricevute in passato dall'uomo, confidenze che finora potevano essere prese per vanterie macabre ma che ora diventano il riscontro alle accuse della ex compagna.

La difesa e le altre piste investigative

La difesa di Lucio Cavanna, rappresentata dall'avvocata Licia Sardo, ha fornito una versione completamente diversa, spiegando che il silenziatore era stato comprato vent'anni fa in Francia e che quella foto non ritrae lui, essendo invece un'immagine pubblicata su una rivista che raffigura un alpino della divisione Julia impegnato in una esercitazione in Norvegia.

L'uomo, che ha scelto di comparire a volto scoperto ai microfoni della TGR Piemonte, ripete di non essere mai stato nei Balcani e di non aver mai fatto parte di formazioni militari o paramilitari, sostenendo di aver mentito quando raccontava alla sua ex compagna di aver avuto incubi perché in passato aveva ucciso delle persone.

Nel frattempo, l'inchiesta si allarga anche ad altri soggetti, tra cui un nobile milanese, discendente di un antico casato e appassionato di armi, che all'epoca della guerra in Bosnia aveva una trentina d'anni e ora ne ha più di 60, e che secondo una testimonianza raccolta dallo scrittore Ezio Gavazzeni si sarebbe vantato durante cene con i vecchi compagni del liceo di essere andato a Sarajevo e di aver sparato.

Il quadro investigativo e le prossime mosse

L'indagine della Procura di Milano, coordinata dal pm Alessandro Gobbis e condotta dai carabinieri del Ros, conta attualmente quattro indagati tra Lombardia, Piemonte e Toscana, e si concentra su una pagina nera della storia: italiani che avrebbero esercitato un sadico tiro al bersaglio contro i civili quando la città era nella morsa delle milizie serbo-bosniache.

L'inchiesta, nata dagli esposti dello scrittore Ezio Gavazzeni e degli avvocati Guido Salvini e Nicola Brigida, sta accelerando e si allarga anche all'estero, coinvolgendo le procure di altri Paesi come Belgio e Bosnia. Per il 29 giugno è previsto un incontro di coordinamento nella sede di Eurojust, all'Aia, tra gli inquirenti dei vari Paesi per coordinare le indagini sui presunti "safari" della morte, mentre potrebbero arrivare anche spunti di interesse investigativo dalla Svizzera e dall'Austria.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.