Trump, la svolta autoritaria e il "fascismo" secondo Applebaum
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Redazione Esteri
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Le parole di Anne Applebaum, storica di fama mondiale e Premio Pulitzer, risuonano come un avvertimento che va oltre l'analisi accademica per configurarsi come una diagnosi del presente. La studiosa, che afferma di non usare il termine con leggerezza, ha dichiarato che, per descrivere l'evoluzione della politica sotto la presidenza di Donald Trump, "è fascismo" la definizione più corretta. Una scelta lessicale forte, la sua, che trae origine non da generici parallelismi ma dall'osservazione di un preciso percorso: quello che, partendo da una retorica impregnata di suprematismo bianco e teorizzando politiche di "remigrazione", ha condotto a una progressiva e pericolosa militarizzazione della società. L'America, come ebbe a definirla qualcuno, è diventata un laboratorio i cui esperimenti, interessanti da studiare, si rivelano al contempo terrificanti da vivere nella concretezza della vita quotidiana.
Dalla teoria alla pratica: l'erosione degli spazi democratici
Il quadro tracciato da Applebaum trova un riscontro tangibile nelle cronache recenti, dove la teoria politica si è tramutata in azione governativa. L'episodio di Minneapolis, dove la polizia federale è intervenuta con una forza letale su manifestanti, è stato indicato da osservatori come lo scrittore Jonathan Safran Foer non come un incidente isolato bensì come il sintomo di una condizione più profonda. Quella condizione vede un esecutivo sempre più propenso a esercitare un potere coercitivo sproporzionato, giustificandolo in seguito con narrazioni che mirano più ad assolvere che a spiegare. È questo, secondo alcuni, il meccanismo che corrode la coscienza civile e mina le fondamenta stesse del vivere democratico, sollevando interrogativi sulla capacità delle istituzioni di sopravvivere a una simile e costante erosione.
La questione italiana e il "perimetro" delle scorte
Le ripercussioni di questo clima politico americano si riverberano anche al di fuori dei confini nazionali, toccando da vicino un paese alleato come l'Italia. Il caso concreto è quello della possibile venuta nel nostro territorio di agenti federali, appartenenti al medesimo coinvolto negli scontri di Minneapolis, per assicurare la scorta agli atleti statunitensi. Se da un lato il governo italiano tende a minimizzare la questione, definendola una discussione "sul nulla", dall'altro l'intero arco parlamentare di opposizione ha sollevato obiezioni ferme, chiedendo trasparenza e chiarezza. La richiesta è duplice: evitare l'ingresso di quel corpo di polizia in Italia, oppure, qualora la decisione sia già stata presa, esporre pubblicamente la natura degli accordi di sicurezza sottoscritti tra le autorità dei due paesi.
Una pausa forzata e gli scenari incerti
In questo contesto teso, segnato da dichiarazioni forti e da eventi di cronaca che hanno acceso il dibattito pubblico, si inserisce un elemento di apparente contraddizione. Dopo aver spinto con determinazione su un'agenda politica marcatamente nazionalista e su provvedimenti di estrema durezza, Trump sembra costretto a una sorta di "pausa di riflessione". Una battuta d'arresto, questa, che non è frutto di un ripensamento ideologico ma che appare piuttosto come una necessità contingente, un inciampo tattico di fronte alla complessità di gestire le conseguenze delle proprie stesse scelte. Un momento di stasi che, tuttavia, non modifica la traiettoria di fondo indicata dagli analisti, lasciando aperti molti interrogativi su come l'esperimento politico in corso continuerà a evolversi e a influenzare, al suo interno e all'estero, gli equilibri delle democrazie liberali.




