“Siamo soli”: ecco perché il Libano rischia di sprofondare in una nuova guerra civile
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Redazione Esteri
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Alla fine il nodo libanese è venuto al pettine. Il fronte dimenticato del conflitto, avviato il 28 febbraio dagli attacchi israelo-americani contro l’Iran, è tornato di prepotenza d’attualità dopo che domenica scorsa le forze di Tsahal hanno spostato l’obiettivo delle loro operazioni militari dall’area meridionale del Paese dei cedri a Dahiyeh, il quartiere della capitale considerato la roccaforte di Hezbollah, il gruppo sciita alleato del regime degli ayatollah.
Le Idf hanno emanato nuovi ordini di sgombero per diversi villaggi del Sud, chiedendo alla popolazione di spostarsi a nord del fiume Zahrani; e nel frattempo, come riportato dalle agenzie, hanno colpito oltre settanta siti del partito di Dio nelle ultime ventiquattro ore, uccidendo militanti e distruggendo lanciarazzi. A complicare ulteriormente il quadro, un soldato dell’esercito regolare libanese è stato gravemente ferito da un drone israeliano nella zona di Nabatieh, un episodio che sottolinea la fragilità di una tregua mai veramente osservata.
L’espansione dei raid e la strategia israeliana
Non si fermano, insomma, le incursioni nello Stretto di Tiro, dove colonne di fumo si alzano al termine di ogni raid. Le Forze di Difesa Israeliane giustificano l’offensiva con le violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah, unico attore che, nonostante le pressioni, continua a lanciare razzi verso il nord di Israele. Ieri l’esercito ha annunciato di aver preso di mira edifici utilizzati per preparare gli attacchi, oltre a postazioni strategiche nella valle della Bekaa.
Una tale intensità militare, che secondo alcune fonti ha già provocato oltre tremilasettecento vittime e più di un milione di sfollati dall’inizio delle ostilità, rischia però di avere un effetto boomerang sulla già debole stabilità interna del Libano.
L’accordo di Ginevra e il nodo della sovranità
Proprio mentre le bombe cadevano, sullo sfondo si giocava la partita decisiva a Ginevra, dove il negoziato mediato da Stati Uniti, Pakistan e Qatar ha prodotto un memorandum d’intesa volto a separare il destino del Libano da quello del confronto diretto con Teheran. Secondo l’intesa, che prevede una tregua di sessanta giorni, Israele dovrebbe fermare le operazioni in cambio del ritiro di Hezbollah dal Sud e del controllo esclusivo del territorio da parte delle Forze armate libanesi.
Ma la realtà sul campo racconta un’altra storia: il partito di Dio, che dispone di un arsenale militare paragonabile a quello di un piccolo Stato, ha già ignorato i divieti governativi in passato, e molti temono che disarmarlo sia una missione impossibile. "Sappiamo come inizierebbe un tentativo di disarmare Hezbollah ma non sappiamo come finirebbe", ha dichiarato un ex generale al Wall Street Journal, riassumendo il paradosso che attanaglia Beirut.
La paura di una nuova guerra civile
L’elemento più inquietante, e che riporta alla mente gli anni bui tra il 1975 e il 1990, è la crescente tensione interconfessionale. Gli sfollati sciiti, in fuga dalle periferie bombardate della Capitale come Dahiyeh o dalle città del sud, vengono oggi emarginati dalle aree a maggioranza cristiana, drusa o sunnita per il timore che la loro presenza attiri nuovi raid. Molti di loro vivono nelle tende, abbandonati a sé stessi, mentre lo Stato – indebolito da una crisi finanziaria senza precedenti e da forze armate malpagate – appare sostanzialmente assente.
L’interrogativo che circola tra la gente, raccolto in una testimonianza toccante, è infatti sempre lo stesso: "Siamo soli". In un contesto di tale fluidità, dove l’esercito non può (e forse non vuole) agire come braccio armato di Israele contro i propri connazionali, e dove Washington spinge per una soluzione negoziata che lascia però a Tel Aviv un’ampia libertà di azione in "legittima difesa", il Paese dei cedri sembra scivolare pericolosamente verso l’abisso della guerra civile totale.




