Svimez, l'Abruzzo vola con il Pil al 1,9%. Il Sud cresce per il quarto anno consecutivo, ma la corsa rallenta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’Abruzzo si conferma terra di primati, o quantomeno di una vitalità economica che, in un quadro nazionale non certo esaltante, assume i contorni di un’eccezione più che di una regola. Secondo le stime diffuse dallo Svimez per il 2025, la regione guidata da Marco Marsilio ha fatto segnare un incremento del Prodotto interno lordo pari all’1,9 per cento, performance che la colloca al secondo posto assoluto nella classifica italiana, superata soltanto dal Lazio.

Si tratta di un dato che, come hanno osservato gli analisti del centro studi per il Mezzogiorno, trova il suo principale sostegno nel comparto industriale, cresciuto dell'1,35 per cento, ma è la vera e propria impennata delle costruzioni, con un +21,9 per cento, a fare da volano insieme al settore primario, che segna un +7,1 per cento.

Numeri che, nell’interpretazione dell’assessore regionale Tiziana Magnacca, dimostrano la capacità del territorio di trasformare le risorse in opportunità di sviluppo, in un contesto in cui l’occupazione cresce e la disoccupazione, di conseguenza, diminuisce.

La "locomotiva" del Centro e la frenata del Nord

Se l'Abruzzo rappresenta la punta dell'iceberg di un Mezzogiorno che cresce, è tuttavia necessario guardare al quadro generale per comprendere le dinamiche in atto. Il 2025 ha registrato un fenomeno che non si vedeva dai tempi del boom economico del dopoguerra: per il quarto anno consecutivo, il Pil del Sud Italia è cresciuto più della media nazionale, con un incremento dello 0,7 per cento a fronte dello 0,5 per cento del Centro-Nord.

Questa performance, che per la sua estensione temporale costituisce una circostanza unica nelle serie statistiche disponibili dal 1980, nasconde però una significativa frenata rispetto al 2024, quando il tasso di crescita meridionale aveva toccato l'1 per cento.

A trainare il Sud sono stati soprattutto gli investimenti pubblici e privati, ma il dato che più sorprende è forse un altro: mentre il Nord-Ovest ha subito un vero e proprio crollo della crescita, passando da +1,4 a +0,3 per cento, è il Centro Italia a rivestire il ruolo di locomotiva del Paese, con una crescita dell'1 per cento spinta principalmente dal risultato del Lazio, che sfiora il +2 per cento.

Il monito di Prezioso: "Investimenti a rischio"

A trainare la crescita del Sud, e in particolare quella di regioni come l'Abruzzo e la Sardegna (che si piazza seconda tra le regioni meridionali con un +1,1 per cento), è stata quella che il vicedirettore dello Svimez, Stefano Prezioso, definisce una "forte attività di investimento pubblico e privato". L'effetto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è stato determinante, con gli investimenti in opere pubbliche nel Mezzogiorno che sono quasi raddoppiati nel triennio 2022-2025, registrando un incremento dell'88 per cento.

Tuttavia, l'entusiasmo per i dati positivi si scontra con una domanda che Prezioso stesso ha posto con chiarezza: "Dopo che cosa ci sarà?". Il timore, espresso dal centro studi più importante sul Mezzogiorno, è che un'interruzione di questo flusso di investimenti possa riportare i dati economici in territorio negativo, vanificando in parte i progressi compiuti.

Un rischio che il sottosegretario con delega al Sud, Luigi Sbarra, ha cercato di fugare, definendo la performance del quadriennio come "senza precedenti negli ultimi decenni", ma che rimane un'incognita non indifferente.

La crescita dell'occupazione e la "trappola dei talenti"

Il dato puramente economico, per quanto positivo, non racconta tuttavia l'intera storia del Mezzogiorno. Il Rapporto Svimez mette infatti in luce un paradosso amaro che riguarda il tessuto sociale e demografico del Sud: mentre l'occupazione è in forte aumento, con quasi 500mila posti di lavoro creati tra il 2021 e il 2024, nello stesso periodo sono stati oltre 175mila i giovani ad aver lasciato il Mezzogiorno, spesso altamente qualificati.

Si tratta di una vera e propria "emorragia di capitale umano", che si traduce in una perdita annuale stimata in 8 miliardi di euro e che investe in particolare regioni come la Sicilia, dove la fuga dei talenti rappresenta un fenomeno strutturale. La qualità della crescita, insomma, resta un nodo cruciale: la produttività resta bassa, i salari reali sono diminuiti e la cosiddetta "in-work poverty" colpisce quasi un lavoratore meridionale su cinque, un dato che è tre volte superiore a quello del Nord.

La sfida, come osservato dagli economisti, non è più solo quella di favorire la crescita, ma di garantire il "diritto a restare", rendendo la permanenza nel Sud una scelta sostenibile e non una necessità dettata dall'assenza di alternative.

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