Una molecola “accende” i tumori freddi: via libera italiana all’immunoterapia
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Redazione Salute
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La sfida, per certi versi controintuitiva, era quella di rendere visibile ciò che la natura aveva reso invisibile al sistema immunitario. Un gruppo di ricercatori di IFOM (l’Istituto AIRC di Oncologia Molecolare), in stretta collaborazione con le Università degli Studi di Torino e Milano, ha pubblicato sulla rivista Cancer Discovery i risultati di uno studio che potrebbe ridefinire i confini dell’oncologia moderna. I dati raccolti dimostrano come una molecola ancora in fase sperimentale, chiamata NP1867, sia in grado di forzare la mano a quei tumori solidi che, per loro natura, risultano “freddi” e pertanto refrattari alle più avanzate terapie immunologiche.
L’intuizione, spiegano gli scienziati, nasce da una scoperta datata 2017, quando gli stessi autori avevano evidenziato su Nature l’efficacia straordinaria dell’immunoterapia nei tumori affetti da un difetto naturale del “mismatch repair” – quel meccanismo cellulare deputato alla correzione degli errori durante la duplicazione del DNA. Da lì è sorta una domanda precisa: se la natura produce tumori “caldi” (cioè riconoscibili) rompendo questo meccanismo, possiamo indurre noi, artificialmente e in modo farmacologico, lo stesso stato di vulnerabilità in quei tumori che oggi ne sono sprovvisti? La risposta, contenuta nel lavoro odierno, è affermativa.
L’inganno molecolare: trasformare l’evoluzione in opportunità
Il meccanismo d’azione della molecola, se vogliamo, è elegante nella sua complessità. Invece di riparare il Dna, NP1867 blocca selettivamente una proteina chiave (PMS2) del sistema di riparazione, innescando una vera e propria esplosione di mutazioni all’interno delle cellule tumorali. Lontano dall’essere un effetto collaterale indesiderato, questa tempesta genomica genera nuovi antigeni; pensateli come dei “segnalatori” luminosi che non esistevano prima. Il tumore, insomma, viene costretto a tradire la sua presenza.
“È un cambio di paradigma”, ha commentato Alberto Bardelli, direttore scientifico di IFOM, sottolineando come l’approccio non si limiti a colpire la crescita del tumore, ma ne riscriva il dialogo con l’organismo. Negli esperimenti condotti su modelli cellulari e animali (in particolare per tumori come il carcinoma colorettale, pancreatico e mammario), i ricercatori hanno osservato che dopo l’esposizione prolungata alla molecola, le neoplasie acquisivano le stesse firme mutazionali di quelle naturalmente sensibili all’immunoterapia. In pratica, i “freddi” diventavano “caldi”.
Dall’invisibilità alla regressione completa
Ciò che rende il risultato concreto non è solo la modifica genetica in sé, ma l’effetto domino che ne consegue. Quando questi tumori così “marchiati” venivano successivamente trattati con farmaci immunoterapici standard (anti-PD-1), gli animali da laboratorio hanno mostrato un ritardo significativo della crescita e, in alcuni casi, una regressione completa delle masse. Al contrario, i tumori non pretrattati con l’inibitore restavano completamente resistenti.
Le analisi molecolari hanno rivelato un aumento dei linfociti infiltranti – le cellule assassine del sistema immunitario – che finalmente riuscivano a penetrare nel microambiente tumorale. Come ha spiegato Giovanni Germano, coautore dello studio, si tratta di un passo concettuale importante che risponde a una domanda lasciata aperta quasi dieci anni fa. Non si tratta di curare il tumore colpendolo direttamente, ma di guidarne l’evoluzione verso uno stato di debolezza immunologica.
Prospettive per i grandi killer oncologici
La rilevanza della scoperta, finanziata anche dall’European Research Council e dalla Fondazione AIRC, risiede nel suo potenziale applicativo. Oggi, ci spiegano i dati, solo una piccola frazione dei pazienti con tumore al colon-retto metastatico (circa il 5%) può beneficiare dell’immunoterapia, mentre per neoplasie aggressive come il pancreas la percentuale scende drammaticamente. La maggior parte di questi malati, dunque, è esclusa da una delle rivoluzioni terapeutiche più importanti degli ultimi decenni.
L’obiettivo ora, avvertono i ricercatori, non è immediato ma segue il rigido protocollo della sperimentazione: sviluppare molecole con proprietà farmacologiche adatte all’uso umano. La strada è quella di arrivare a un farmaco capace di creare, in modo controllato e temporaneo, quella vulnerabilità che oggi non esiste, ampliando così il numero di candidati all’immunoterapia. Per ora, il laboratorio ha vinto una battaglia concettuale contro l’invisibilità.




