Referendum sulla giustizia, l’onorevole Donzelli a Lucca per la campagna del sì. E a Milano la sfida tra Meloni e Schlein si tinge di colori nazionali.
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Redazione Interno
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Il countdown che scandisce le ore residue in attesa dell’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, quello che chiamerà i cittadini italiani a esprimersi sulla riforma dell’ordinamento giurisdizionale voluta dal governo, si fa sempre più serrato e, parallelamente, la macchina organizzativa dei partiti moltiplica gli sforzi per presidiare il territorio, quartiere dopo quartiere, piazza dopo piazza. A Lucca, nel cuore della Toscana, il prossimo sabato 14 marzo, a partire dalle 15, sarà l’onorevole Giovanni Donzelli a portare la voce del “sì” davanti a un gazebo di Fratelli d’Italia, posizionato in un crocevia strategico come quello tra via Beccheria e piazza Napoleone; un’iniziativa, questa, promossa dal coordinamento comunale e provinciale del partito, che si pone l’obiettivo di illustrare alla cittadinanza le ragioni profonde di una riforma che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe ridefinire l’assetto e le funzioni della magistratura italiana. L’incontro lucchese, d’altronde, non rappresenta certo un episodio isolato, bensì si inserisce in un tessuto fittissimo di appuntamenti che, un po’ ovunque nella penisola, stanno cercando di mobilità il fronte dei favorevoli: basti pensare che, proprio nella città toscana, solo pochi giorni prima, l’Ordine degli avvocati aveva organizzato un confronto tra giuristi e magistrati di opposti schieramenti, un dibattito che aveva visto contrapporsi le tesi del “sì” e del “no” in un clima di grande partecipazione popolare, mentre nella vicina Montecatini Terme, il giorno successivo all’intervento di Donzelli, il centrodestra si riunirà con i suoi rappresentanti locali e nazionali per ribadire la bontà del testo.
Se Lucca diventa, per un pomeriggio, la vetrina provinciale della campagna referendaria, è indubbiamente Milano, in queste ore, a fungere da autentico palcoscenico nazionale per lo scontro politico. La scelta di Giorgia Meloni di concentrare il suo unico comizio pre-voto nel capoluogo lombardo, e precisamente al Teatro Franco Parenti, non è affatto casuale, ma risponde a una logica politica precisa che mira a coinvolgere quella che viene definita la capitale del pragmatismo e del riformismo borghese; parallelamente, Elly Schlein, leader del Partito Democratico, ha deciso di chiudere la sua campagna per il “no” proprio a Milano, trasformando di fatto la città in un crocevia essenziale per comprendere le dinamiche di una battaglia che, pur toccando principi costituzionali, assume inevitabilmente anche i contorni di una sfida tra diverse visioni del paese. L’evento milanese di Fratelli d’Italia, annunciato con un Titolo volutamente enfatico – “Una riforma che fa giustizia” – vedrà susseguirsi sul palco, oltre alla premier e al ministro Carlo Nordio, una serie eterogenea di personalità: accanto a giuristi del calibro di Sabino Cassese e all’ex pm Antonio Di Pietro, ci saranno figure del mondo dell’informazione vicine all’area di centrodestra e persino alcuni influencer, attori e rappresentanti della società civile, tra cui spicca il nome del maresciallo Luciano Masini, il carabiniere che, dopo aver fatto fuoco su un accoltellatore a Rimini, è diventato il simbolo della proposta normativa sullo “scudo penale” per le forze dell’ordine.
La compagine governativa, al di là delle coreografie e degli ospiti più o meno pop, si presenta compatta nel sostegno al testo, sebbene Forza Italia e Lega, formalmente alleate, non abbiano previsto una partecipazione ufficiale all’evento del Parenti, motivandola con il carattere strettamente di partito dell’iniziativa; una scelta, questa, che alcuni osservatori leggono come un prudente prendere le distanze in vista di un possibile esito negativo, anche se il ministro Nordio, nel corso di un’altra tappa milanese della campagna, ha voluto precisare come il governo non abbia alcuna intenzione di interpretare il voto in chiave di fiducia, sottolineando anzi la necessità di abbassare i toni di uno scontro che, a suo dire, è stato volutamente arroventato da alcune frange della magistratura associata. Il fronte del “no”, dal canto suo, non resta certo a guardare: la segretaria dem Schlein, nel suo tour di ascolto, insiste nel ribadire che la riforma, lungi dal risolvere i problemi atavici della giustizia come la lentezza dei processi o le carenze di organico, rappresenterebbe piuttosto una operazione politica volta a indebolire il ruolo della magistratura e a sottrarre il governo a ogni forma di controllo effettivo.




