Addio a Mario Adorf, il poliziesco all’italiana perde il suo volto più cupo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se c’è un’immagine che il pubblico italiano ha cucito addosso a Mario Adorf – quella del criminale sbrigativo, dalla mano pesante e dal ghigno irruento, spesso chiuso in un impermeabile stretto sulle strade di una Milano sporca e notturna – è anche la stessa che, paradossalmente, lui non ha mai amato del tutto. L’attore svizzero, spentosi a 95 anni nel suo appartamento parigino mercoledì 8 aprile dopo una breve malattia, aveva costruito gran parte della propria popolarità negli anni ’70 proprio su quei ruoli lì: il cattivo da poliziesco “all’italiana”, genere allora florido e sanguigno, che trovava in pellicole come Milano calibro 9 e La mala ordina il suo alfabeto più crudo. Eppure, come si sarebbe scoperto in seguito, a lui quelle parti non piacevano poi così tanto. Non perché le disdegnasse per snobismo, ma per quella sottile insofferenza dell’attore che teme di essere ingabbiato in una maschera. Una maschera, quella del cattivo, che gli regalò comunque il favore delle folle, ma che finì per oscurarne – almeno agli occhi dei più – la straordinaria versatilità.

Da *Fantaghirò* a *La piovra*, il lungo viaggio televisivo di un attore europeo

A ricordarlo oggi, mentre la notizia della sua morte fa il giro delle agenzie (da Dpa a Bild, con il manager Michael Stark a confermare il decesso alla stampa tedesca), non sono soltanto i polizieschi. La televisione, si sa, gli aveva regalato altrettanto successo, e forse persino più libertà. Negli anni ’80 eccolo tra i protagonisti di *La piovra*, la serie che ha raccontato come nessun’altra la guerra alla mafia, e nel kolossal *Marco Polo*, dove dimostrò di sapersi muovere con disinvoltura anche nei panni di un mercante veneziano. Poi, certo, c’è stata *Fantaghirò*: qui era il padre della principessa interpretata da Alessandra Martines, un ruolo lontano anni luce dai cattivi di Fernando Di Leo, eppure ugualmente credibile. Per non parlare de *Il piccolo Lord*, dove la sua presenza scenica si è fatta quasi paterna, calda. Una carriera, la sua, che attraversa i generi come un fiume carsico: a volte sotterraneo, a volte prepotentemente in superficie.

Le mani pesanti del crimine milanese e il rapporto complicato con quei personaggi

Eppure è a Milano, città di cemento e nebbia, che il suo volto è rimasto più saldamente legato. Il pubblico lo identifica con quei criminali di mezza tacca, spesso violenti ma mai totalmente privi di un loro codice. Una popolarità costruita sul filo del rasoio: da un lato l’amore del grande pubblico, dall’altro il rischio costante di essere ridotto a icona di genere. Lui, che aveva studiato recitazione a Zurigo e a Parigi, che parlava tedesco, italiano e francese con la stessa disinvoltura, sapeva bene quanto quel marchio potesse diventare una gabbia. Per questo ha sempre cercato – e trovato – spazi altrove. Nei film di Dino Risi, dove recitò al fianco di Nino Manfredi in *Operazione San Gennaro*, o in quelli di Dario Argento, a cominciare da *L’uccello dalle piume di cristallo*, pietra miliare del giallo all’italiana. Senza dimenticare Luigi Comencini e *Le avventure di Pinocchio*, dove la sua faccia da “duro” si è piegata a una dimensione quasi fiabesca.

L’ultimo saluto a Parigi, nella casa dove la moglie Monique lo ha trovato senza vita

Negli ultimi anni, Adorf si era ritirato in una sorta di riservatezza parigina, lontano dai riflettori che pure non lo avevano mai abbandonato del tutto. A trovarlo senza vita, nel letto della loro casa, è stata la moglie Monique, che gli è rimasta accanto fino all’ultimo respiro. L’attore era malato da qualche tempo, e la notizia della sua morte – confermata anche dall’entourage all’agenzia tedesca Dpa – ha fatto rapidamente il giro d’Europa. Oltre duecento pellicole, decine di sceneggiati, una carriera teatrale di tutto rispetto: difficile riassumere in poche righe ciò che Mario Adorf ha rappresentato per il cinema europeo. Ma forse non serve. Basti dire che, anche nei ruoli che non amava, lui ci metteva sempre qualcosa di più di quanto il copione gli chiedesse. E quella, in fondo, è la vera firma di un attore.

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